Ho già narrato nel mio primo libro le vicende che portarono Reuben ad abbandonare la sua casa e partire da solo verso il nord, dopo che i suoi primi vent'anni di vita lo ebbero calpestato e lasciato a terra tramortito senza altra prospettiva che racimolare i suoi pochi averi, la viella e una tuta colorata, salutare la sua mano di amici, serbare le innocenti storie dell'infanzia strette nella bisaccia fra un morso di pane e una fiaschetta di acquavite e avviarsi di notte, un po’ leggero, un po’ pesante, verso una storia nuova e un’altra vita.
Quest'altro brandello di storia riprende la vicenda alcuni mesi dopo la sua partenza e sorvola su alcuni fatti minori accaduti nelle città e nelle corti dell'Italia settentrionale, mesi durante i quali Reuben non fece altro che suonare, imparare canzoni e comporne di nuove mettendo in esse il frutto delle sue quotidiane meditazioni lungo le strade prima polverose poi fangose della Marca Trevigiana e della Contea del Tirolo. Fattosi una piccola fama, mosse alla volta della Baviera in pieno inverno, sebbene ciò gli fosse stato sconsigliato da molti, tenendo in massimo conto la sua salute e la sua gioventù, ed è qui che inizia il racconto.

I

Dopo che all’età di vent'anni Reuben ebbe lasciato sua madre e suo padre e la casa di suo padre, la sua patria e il suo paese e gli dei del suo paese, attraversato a piedi il passo sulle Alpi in una notte di neve e luna, iniziò a vagare per le corti e i villaggi e le città del nord. Conobbe Innsbruck e passò in Baviera, a Partenkirchen, poi fino ai confini con la Svevia e alla corte di Augusta. Visitò le campagne intorno a Monaco e la città e si spinse a nord fino a Ratisbona, Norimberga e Bamberga, discese il corso del Meno e giunse a Magonza, poi fu a Worms, a Heidelberg, a Spira e risalendo il Reno giunse in Alsazia, a Basilea ed infine in Borgogna. Di corte in corte, di villaggio in villaggio si spostò seguendo i goliardi e le ambascerie, vivendo alla maniera dei trovieri traendo note dalla sua viella e tristi canzoni d'amore dalla sua nostalgia. Sulla piazza e sulle strade intonava le canzoni che aveva imparato pellegrinando ed ascoltando i musici, e poiché sapeva modulare la voce secondo timbriche diverse, cantando in falsetto o a voce piena interpretava il suo repertorio conciliando l'abilità della sua voce con il gusto di quanti lo ascoltavano; così si fece mezzo-tenore per i francesi di Digione e Chalon che, in viaggio attraverso la Borgogna, volevano ascoltare un ultimo timbro romanzo prima di entrare in Svevia; imparò a Magonza, da Heinrich Von Meissen, l'arte dei Mastersingers stabili, poi la portò in giro alla maniera di Behain; infine, poiché i giovani si fermavano ad ascoltarlo e lo accompagnavano in coro talvolta quando, seduto, arpeggiava ad occhi chiusi

Sono stato sulle montagne
Sono stato nel vento
Sono entrato e uscito dalla gioia,
Ho cenato con re e regine...

strinse nel naso la sua voce, la fece stridere e assottigliare in fondo al palato e ne trasse una magia che gli consentì di commuoverli cantando

Infine la pace verrà
Nello splendore di ruote di fuoco
Ma non ci porterà in dono
Che falsa speranza e morte
E si arrenderà al suo pallido spettro
Sul sole e la sabbia...

Era il tempo in cui, dopo le vittorie di Roche-aux-Moines e di Bouvines, il regno di Francia iniziava, sotto Filippo Augusto e in attesa delle radicali trasformazioni burocratiche di Luigi VIII e Luigi IX, la sua ascesa nell'Europa occidentale a scapito del prestigio e dell’autorità che il Sacro Romano Impero vedeva rapidamente scemare fra una scomunica e una pestilenza.
Era quel tempo, sebbene ogni tempo sia ogni altro tempo, e ogni luogo ogni altro luogo, e ogni luogo e ogni tempo il centro del mondo e il centro del tempo; ma queste erano cose che ancora Reuben non sapeva, mancando ancora del tempo prima che altri dovessero insegnargliele in molte strane occasioni, per quanto, senza che se ne accorgesse, già questo era prima di ogni tempo e prima di ogni luogo.