Capitolo

3

Sono stato a casa di Francesca, guidato da un insaziato desiderio di riscoprire le facce nascoste, quelle vere, del passato.
Il tempo ha vinto il mio rispetto per la riservatezza delle persone, e suonare il campanello e spiegare chi sono e cosa faccio, imbrogliando sempre sui miei scopi che sono inspiegabili, è diventato un gesto abituale, preparato e freddo.
Vincere l'imbarazzo di ritrovarsi dopo tanti mesi o anni.
Quasi il ritorno di un fantasma e l'ovvia, odiata necessità di parlare per forza e lasciare che solo il pensiero si concentri sugli oggetti che girano intorno e che hanno respirato ed emanano la presenza di Reuben in quella casa.
Che dopo il passaggio del tempo non è diversa da come lui la descriveva.
Asettica. Addormentata nell'oppio, ferma alla sopravvivenza del corpo, pudica protettrice di coloro che la abitano. Nulla esce e nulla entra, un fiore senza vento e senza api che si contorce nell'orrore di non riprodursi. Un punto di arrivo, una piattaforma sul vuoto.
Interni bianchi e mura sottili che non coprono i suoni e li ovattano e li restituiscono come echi e brusii e inquietanti rumori da corsie di ospedale di notte. Solo il dolore e la tristezza silenziosa e chiara della tuta sdrucita e delle ciabatte troppo grandi, dei maglioni lunghi e caldi e della poltrona dove si affonda e la testa sprofonda nelle spalle.
Perché tutte le cose che gli occhi vedono, quelle che le mani toccano e il cervello ricostruisce meccanicamente e riproduce infinite volte, non sono che sentimenti che si materializzano perché gli occhi possano vedere e le dita toccare, ed è per questo che gli oggetti inanimati e immobili, senza un cuore e un cervello, restituiscono la tristezza e il dolore, riaprono le ferite o chiudono la strada a una speranza nuova. È perché gli oggetti sono il nostro mondo, perché a loro abbiamo delegato di ricordarci continuamente come siamo fatti e come viviamo, perché in fondo ora non siamo altro che gli oggetti che ruotano intorno. Per questo non è facile gettare via le cose che non servono.
Perché nell'immobile è il dinamico. E abbiamo costruito piramidi e scaffolds, necropoli e urne, cumuli e obelischi e lapidi e monumenti e musei e ossari e tombe, cenotafi, archivi cimiteri scuole e grattacieli e libri di storia per trascinarci il passato e correre come equilibristi su una ruota e le mani dei morti ci afferrano e ci tirano giù e guardandoci alle spalle ci lasciamo strappare lo scalpo da dita affusolate che si perdono nel buio e viene il tempo in cui per noi non resta che il passato e non vi è mai stato un presente e in cui il futuro non sarà il presente e tutto il tempo sarà contenuto in un istante e non penseremo più a cosa fare e non penseremo più a cosa pensare perché saremo il pensiero e l'azione e saremo la polvere e non la piramide ma la polvere sopra di essa.
È la nostra paura di perdere le radici, di guardarci alle spalle e scoprire un passato vergognoso, insulso, un passato speso a distruggere, a sbagliare idea. Abbiamo bisogno di un mito. Di una giustificazione. Di un idolo su misura. Di un'immagine qualsiasi che ci ripeta che siamo gloriosi, che ci ripeta tu sei l'eroe tu sei l'eroe eroe.
Non tutto del mio passato è cattivo. Il passato va dimenticato non perché è cattivo. Perché è morto. Incapaci di ricominciare da zero. Perché alla base dei nostri cuori il tempo si è stratificato e indurito e la brezza leggera del mondo nuovo passa e liscia e lascia le cose come stanno. Il serpente del tempo mangia la coda e ciascuno di noi, attaccato alla storia, gira.
Cercare Reuben qui, da Francesca, dove il tempo si è fermato. Cercarlo per riaverlo. Amico mio. C'è il suo spirito che aleggia sulle nostre teste. E bisogno di lui in me. C'è ancora un rimpianto profondo che rotola dalla testa allo stomaco e mi attanaglia la gola, quando penso che solo io ho ancora bisogno di lui. Allora mi alzo e vado a cercarlo, Reuben che non può morire, Reuben che camminerà con le sue gambe forti, Reuben cui basta una nocciola per vivere.
Città irreali che Reuben avrà visitato, città sempre avvolte nella nebbia e nel freddo afono della neve, città dove il freddo e la notte rischiarano la disperazione e la vanità dei bassifondi. Reuben andato a nord, nelle fredde città del nord di gente che sciama inidentificata ape dopo ape a portare polline alla regina, volti tristi e tirati, rabbiosi senza saperlo sotto un volto ghiacciato, una strada di ciottoli, uomini affamati che divorano le teste dei figli, insaziabili di vita, vita inutile e arida come l'albero di mele circondato da altri uomini affamati, desolazione e silenzio colpa di un Dio colpevole del diritto di creare la terra. Morti che camminano.
Eppure si chiama ancora realtà quella che sopravvive al di sopra delle siringhe di eroina e delle migliaia di boccali di birra che ogni notte soffocano la storia e vomitano sulla strada migliaia di Mister Hyde disgustosi e assolutamente immorali che trascinano lungo i muri e addosso ai lampioni i loro cervelli troppo deboli per resistere a domande troppo difficili e cuori vuoti foderati solo di immagini reali, tangibili e riproducibili, mentre come in un film decadente un'armonica a bocca strugge la malinconia di ballate americane e l'acuta voce di un pazzo canta alle stelle knock knock bussando alla porta del cielo e una marea di ricordi fluisce alla mente sgombra e al cuore duro e al cervello razionale di Reuben e la confusione di orgoglio e di memoria, tristezza e sete di vita manderanno la mano a frugare fra i capelli e gli occhi si chiuderanno e i polmoni getteranno fuori la loro aria come per restarne senza e il dolore lo costringerà a camminare ancora su e giù a misurare la sua esistenza stretta fino a picchiare knock knock alla porta del cielo.
Casa irreale in una città irreale nella nebbia, dove si trova posto per parole vuote e sensazioni vuote e dove la calma e la docilità nascondono una corsa sul filo della storia, dove si chiudono gli occhi per non vedere il baratro giù e perché la vertigine e la stanchezza non abbiano la meglio.
Sto seduto sulla corda della mia vita dondolando pigramente. Il futuro è in fondo che mi aspetta, ma io vado su e giù lungo il presente. Troppo vecchio per correre, troppo giovane per morire. Avanti e indietro lungo un punto fermo. Oppio.
Ho voglia di dormire.
Il giorno è così pieno di incubi.
La notte mi riposa.
Altalena.
Su e giù, alto e basso.
Occhi chiusi, sento il vento.
È ora di muoversi.
CORAGGIO PER FAVORE.
C'è ancora il lungo corpo di Francesca allungato sull'accogliente tessuto della poltrona. Ci sono ancora le sue gambe sottili, le sue minuscole spalle, le lunghe dita agitate, i suoi piccoli seni maliziosi, i suoi capelli lisci e curati e il viso triangolare dove tutto è piccolo e le curve perfette degli zigomi e la fronte rotonda hanno tutti gli attributi della tenerezza.
Ma qualcosa deve bollire anche sotto il suo corpo innocente e i suoi sguardi insensibili. Insensibili. Qualcosa di brutto e di terribilmente inspiegabile, al di là della quiete, delle apparenti sicurezze, delle certezze della casa e della famiglia, del lavoro e dello studio.
Ci deve essere la falce della morte che miete il grano anche sulla spianata gialla della sua anima, e forse anche Francesca sta imparando che si muore un po’ alla volta, come me e Marco, come noi che abbiamo conosciuto Reuben.
Sono tornato per questo, dopo che lui se ne è andato un giorno di aprile senza cambiare nessuna storia, come se un bambino avesse preso un pugno di sabbia e l'avesse gettata nel mare senza sollevarla e abbandonarla al vento. Sabbia schiacciata e impressa e identificata nell'impronta. Ma la sabbia non volle lasciarsi schiacciare e andò a gettarsi in fondo alle acque dove le impronte svaniscono e la semplicità delle striature rimane. Anonima. Eterna.
E questo ci ha lasciato. Solo un ricordo ora confuso, un'idea, dubbi. È sfuggito. Io, Francesca, Marco, Cinzia, che siamo rimasti, lo ricordiamo ora male, confuso, ideale.
Eppure, noi che siamo rimasti, siamo rimasti tutti un po’ alienati, incapaci di ritrovare le nostre antiche sicurezze, i nostri antichi déi e continuare come prima lungo i binari del calcolo e della malinconia. Abbiamo cercato di ricordare i nostri sogni, abbiamo cercato di leggere nei cuori, abbiamo cercato la verità senza mollare e abbiamo provato a praticarla, abbiamo provato il silenzio e il distacco, abbiamo scritto poesie e ascoltato canzoni, ci siamo arresi una volta di meno, abbiamo detto sì una volta di meno, siamo stati soli, abbiamo guardato le stelle senza commuoverci e i tramonti senza innamorarci e letto il futuro e tirato la sorte, abbiamo giocato vivendo e vissuto giocando, abbiamo cercato il nostro posto sulla terra rassegnandoci ad essere angeli decaduti ma restando angeli, la notte è stata nostra amica e abbiamo pensato alla nostra morte e l'abbiamo sentita accarezzarci i capelli, abbiamo sentito il bisogno di rimediare in qualche modo a niente e un rimorso cieco e vuoto e qualche volta la noia opprimerci lo stomaco, abbiamo digiunato e la pioggia ci ha bagnati, abbiamo passeggiato scalzi sulla sabbia fredda in aprile per ricordarci insieme di lui e lo abbiamo sepolto nei cimiteri della nostra mente e pianto la notte quando la luna si andava a nascondere dietro il pallido velo delle nuvole e non gettava più le ombre per terra facendoci sentire come fantasmi creati al primo rintocco della mezzanotte e reali fino all'alba quando verrà il momento di tornare ad illustrare i libri.
Eppure sono ancora qui, sprofondato in questa poltrona beige a guardare gli occhi di Francesca che mi guardano e le sue dita avvinghiate intorno alla tazza di tè.
Credi che tornerà? La domanda sembrava galleggiare sopra di noi che ci guardavamo in cerca di una risposta, alla ricerca della speranza che uno dei due dicesse sì, ne sono sicuro. Ma ci guardavamo tristemente, due sconosciuti a una messa di suffragio. Lei che fa ancora tenerezza, un cucciolotto raggomitolato vicino al fuoco che si scalda e ha paura che il fuoco finisca. Impossibile non volerle bene anche appena dopo averla conosciuta, con la sua faccia da bambina, con i suoi occhi dolci e inespressivi, con le sue pantofolone. Ma c'è sempre Reuben fra noi due, nulla fra di noi che non sia legato al suo ricordo, al suo breve periodo. Fra me e Francesca lui si erge ancora come un fantasma che ci impedisce di comunicare liberamente, come un muro che ci divide. Eppure nei miei rapporti con Cinzia Reuben non è un muro, è un tetto, una sicurezza, un ricordo dolce che riempie di nostalgia e aiuta a camminare.
Fa freddo, fuori, e pare che l'alito si debba condensare anche in casa. I piedi sono freddi, preda di una misteriosa corrente sotterranea. C'è caldo qui, i termosifoni al massimo. Il freddo galleggia fatto di schegge di ghiaccio.
Piccola indifesa Francesca. Piccola statuetta di Reuben. Così diversa da lui, così diversa da noi, così diversa da tutti.
Piccola Francesca molto carina seduta di fronte a me, impacciata come l'ho conosciuta, priva di argomenti mondani. E poltrone in simbiosi, comode, larghe, appena rivestite di tessuto nuovo, chiaro, asettico, riposante, morbido. Francesca allo stesso modo capace di innamorarsi e dimenticare, che non chiama le cose con il loro nome, che non capisce cosa ha davanti avendo perso quello che ha dietro, che getta la storia dietro le spalle e la ritrova quando non vorrebbe, che trova inutile lottare, e faticoso, inutile seguire una strada deserta. La più distante da lui, lei che lo ha cancellato, rimosso. La prima tappa del mio viaggio, dove Reuben è rimasto fermo a quello che era allora. Fare tornare alla mente di Francesca Reuben così com'era, capire perché se ne è andato, la ragione definitiva, chiara, che non ho mai compreso. Francesca che fatico a perdonare, io che non so dimenticare il passato. Reuben che le voleva bene, credo. Lei, i suoi bigliettini a Pasqua e Natale, le sue lettere concilianti, le sue poche confidenze, la sua tristezza, il suo non detto che incuriosiva Reuben.
Francesca è fatta a modo suo. Dice una cosa ma non è capace di farla. Le piace una cosa ma ne compra un'altra, cerca qualcosa e trova dell'altro. Cerca una scusa per tutto. Non una ragione o una giustificazione. Una scusa. Qualsiasi forse. Reuben chiudeva gli occhi e faceva finta di niente. Di solito Reuben parlava e Francesca ascoltava. Crisi di comunicazione. Lui pensava di avere molto da insegnare. Una tazza piena di tè fra le mani di Francesca. Una tazza piena.
Dunque, Francesca, ricordalo. Cosa è successo, come è successo.
Il primo problema era un problema di emozioni. Assenza di emozioni. Niente emozioni forti nel cuore di Reuben, un cristallo delicato. L'amicizia con Francesca era nata da lì. Poche emozioni, Francesca di creta ribelle. Due introversi che comunicavano messaggi in codice, che si gridavano aiuto di qua e di là del fiume comprendendosi in ritardo, non incontrandosi, giungendo ora l'uno prima, ora l'altra, andandosene ora l'uno prima, ora l'altra. Un'amicizia richiede tempismo.
A Francesca non va di parlarne ancora. Dice non so, non capisco. Si rode e non lo ammette. Francesca carina e spietata, mentre guardo l'ultima luce e la pioggia sui vetri per pensare che forse, in fondo, c'è ancora speranza di sconfiggere Kronos, di ricongiungere i giorni vuoti con l'idea di eternità che balbetta nel buio della nostra anima, pensare che forse ci sarà un modo per riconciliare Reuben con la storia, di cercarlo e ritrovarlo nei campi di grano o sull'orlo di burroni o nel vento degli altopiani e parlare con lui e chiederlo direttamente a lui cosa è successo.
Eppure la mezzanotte torna ancora impeccabile nel suo abito scuro adornato talvolta di diamanti, spesso velato da fantasiosi sbuffi di seta grigia o col collo inanellato dalla gorgiera d'argento. Entra maestosa nella sala al suono inquietante delle pendole, circondata, sembrerebbe, da ridde caotiche di gnomi e folletti, spettri e streghe, fumi indistinti di misteriose pozioni fatali, e il gracchiare dei corvi, catene.
Oppure le sette di sera, quando la brava moglie accende la televisione e, gettata la tovaglia sulla tavola in formica della cucina, sistema con cura stoviglie e posate e i bicchieri e il vino tappato col sughero e attende mescolando la minestra bollente e togliendo la carne dal freezer, e ogni tanto un boccone di pappa al bambino, che il marito torni a casa e apra con la propria chiave la porta e, posati la borsa e il cappello, tolta la giacca e sorriso al bimbo, la baci con sollievo e cambi canale.
Quando il dodicesimo rintocco uccide il giorno e ne sospende un altro nel purgatorio della notte, quando i rumori si acquietano e le luci si spengono, allora gli oggetti si svelano attori, mantengono la forma e il volto e cambiano all'improvviso il carattere. Si trasformano da sogni in incubi e i compagni sereni di pomeriggi tranquilli mutano gli sguardi mentre gli scricchiolii delle tegole, il picchiettare della pioggia sui vetri e lo stucco delle finestre che si crepa, lo sbattere delle portiere, il vento sulle persiane diventano ombre deformi, lame scintillanti, reminiscenze, passi e presenze, e il silenzio e l'eclissi cancellano d'un colpo cinquanta secoli di civiltà della ragione e della logica, di civiltà e scienza e riportano alle veglie intorno al fuoco, alle caverne dai cunicoli bassi, allo splendore di sciabole e zanne e a totem abbattuti.
E Kronos galoppa lucido e sicuro, incurante delle mie idee isteriche e dei miei sforzi per sbalzarlo di sella. Reuben non torna. La luna somiglia alla luna. E basta.
E ci sentiamo così soli, così soli, così disperatamente soli. Niente accanto a noi. Compatrioti travestiti da teppisti o semplici sguardi fissi nel vuoto.
Nessuno vuole dividere con altri la sua pena.
Siamo tutti terribilmente orgogliosi, persino orgogliosi del nostro dolore. Così stupidamente insensati da pensare che non esista al mondo dolore come il nostro, che dentro di noi si agiti ogni angoscia, parafulmini stoicamente ritti verso il cielo per ricevere i fulmini delle maledizioni alla terra.
La felicità nel nostro dolore.
Incapacità di essere felice.
Così tornano il passato e la nausea per l'aria che mi entra nei polmoni, stantia, per le idee che non realizzerò, per l'insensibilità ai rigurgiti di violenza e alla pace delle superfici, per le bocche che insieme alla mia si contorcono in orrende risate di morte, per i muri di cemento, per la neve sui vetri delle macchine, per il cibo, per parole e silenzio, nausea di quintali di panna per i sogni stracciati, per la buona terra nera che porta frutto, per i frutti della terra, nausea dell'acqua, del vento fresco d'estate.
A mezzogiorno suonano le sirene. Tutto il fuso orario si ferma e mangia. Lo scricchiolare dei denti sul cibo sale fino al cielo. Un grosso termitaio.
Poi, ancora, all'una suonano le campane delle scuole e i volti tirati di un'umanità che studia attraversano i cortili e si stipano negli autobus.
E poco prima delle due gli impiegati incappucciano le penne e adagiano i timbri, smazzettano le scartoffie e con la giacca sottobraccio e la cravatta un po’ allentata, sotto il sole solitario del primo pomeriggio, si avviano all'auto cocente e sudano fino a casa.
Alle tre ancora un rombo assordante, e poi ancora alle sei, poi alle sette il sibilo dei telecomandi.
A mezzanotte la civiltà non esiste più. La notte, quando la brezza fresca riposa le menti, quando poco silenzio e il buio incerto sotto i lampioni riposano, nessuno più disturba.
Così è ora di andare. Francesca non sa nulla di più. Reuben non è neppure passato a salutarla prima di andarsene e lei lo ha saputo più tardi, qualche giorno dopo. Non ci ha più pensato, in verità. Pensava fosse una pazzia, qualcosa di temporaneo, poi le cose sono andate avanti e lui non è più tornato, ma poi era troppo tardi per tornarci sopra, poi il passato era ricoperto di molte manciate di terra, poi Reuben non c'era più neppure nel cuore, era passato ed era andato, poi non aveva più senso chiedersi perché e le cose si spensero poco alla volta senza dolore, poi si macerarono i rimpianti e i ricordi e tutto fu buio e Reuben non esisteva più.
Così non mi resta che uscire e risentire il freddo delle scale, dire ciao e grazie, chiedere come stanno le sue sorelle, guardarla infine negli occhi un po’ invecchiati, darle la mano e uscire dalla sua casa, poi pensare che uscirò dai suoi pensieri, poi dai suoi ricordi, poi tutto sarà buio e nel buio scendo le scale e passo il cancello.