| Capitolo
1
Era stato uno strano sogno.
Non era solito e non gli piaceva andare a letto il pomeriggio perché
il risveglio era brutto e quel poco sonno non lo riposava. Gli restava
un po’ di mal di testa, la bocca amara, mal di schiena e il senso
di avere perso tempo. Anche la notte faticava a prendere sonno, ma quel
pomeriggio, come mai, almeno nei suoi ricordi, gli era successo prima,
si era addormentato così velocemente e profondamente che quasi
subito aveva cominciato a sognare. E fu uno strano sogno, così
strano che me lo raccontò.
Lo ricordava a tratti, come spesso succede quando si sogna a lungo e intensamente,
eppure di quei tratti aveva un ricordo limpido, come se avesse davvero
preso parte a ciò che aveva invece solo sognato.
Erano molto rare le occasioni nelle quali, svegliandosi, ricordasse un
sogno o anche solo una parte di esso; più frequentemente riprovava
sensazioni, avvertiva l'idea di avere partecipato a qualcosa di fantastico,
gli restavano impressioni particolari, ma non ricordava perché
o per cosa.
Aveva spesso la piena coscienza di sognare e la cosa lo deludeva molto,
ma questa volta non andò così. Il regno dell'incoscienza
riuscì ad avere la meglio su di lui, a cui sembrava di svegliarsi
e alzarsi ogni volta che, come in un film spezzato in diverse bobine,
la storia si fermava e la realtà pareva tornare a prendere il suo
posto.
Il sogno, così, non cominciò come un sogno, ma come realtà
di un ragazzo che si alza dal letto e sbadigliando va dalla camera alla
cucina.
Nessun corridoio, la cucina era lì, grande, chiara, con molte finestre
che si aprivano a mezzo metro da terra e raggiungevano quasi il soffitto.
Finestre senza vetri.
A pensarci, quella poteva essere più una veranda che una cucina,
eppure egli non aveva dubbi: quella era una cucina, la sua cucina. Contava
poco che fosse tutta bianca, senza elettrodomestici, al piano terra, con
solo una tavola di legno e poche sedie: la cosa non era strana. Non ci
fece caso. Era a casa sua.
Mosse pochi passi e appoggiò i polsi alla ruvida superficie della
tavola, dondolandosi. Notò una mano e un bicchiere, parte dello
scarno arredamento, avrebbe detto, e il bicchiere alzarsi verso le labbra
di un amico seduto. Un bicchiere alto e stretto. C'era caldo.
Andò alla finestra e guardò fuori la lunga strada nera che
si perdeva all'orizzonte fra nuvole bianche. Le case intorno non lo disturbavano,
da molto tempo aveva fatto l'abitudine ai grandi palazzi che erano sorti
negli ultimi anni vicino alla sua vecchia casa, un tempo tutta nel verde,
ora in città.
Aria fresca e sole, fuori. Non pioveva più. Una bella giornata
calda. Già primavera. Cenerentola guarda dalla finestra e vede
il Principe Azzurro che beve alla fontana. Ricordi infantili, non tanti
anni fa.
La vera cosa strana era l'amico, seduto lì. Niente di strano che
fosse lì, una cosa comune nella casa trafficata di Reuben, ma non
quel giorno. Quel giorno erano tutti via, tutti via.
“Perché sei qui?”
Il bicchiere tornò ad appoggiarsi alla tavola, mentre Reuben sentiva
la propria voce rimbalzare da una parte all'altra della stanza, o forse
della testa come un'eco sorda e confusa. Gli sembrò che la risposta
non dovesse giungere, che fossero passati dei minuti prima che l'amico
aprisse bocca. Il bicchiere era ancora alle labbra, non sulla tavola;
quel movimento di caduta del bicchiere si ripeteva sempre più in
fretta due, tre, quattro volte, ma il bicchiere si staccò dalle
labbra e piombò sul tavolo, infine, tanto che il liquido sembrò
dover traboccare e ricadere sul legno mentre l'amico deglutiva l'ultimo
sorso e parlava quasi immediatamente: “Pioveva, questa mattina,
e non ci andava di partire con la pioggia. C'è un treno fra due
ore, ma non so se lo prenderemo. Forse partiamo domani, forse non partiamo
neppure.”
I raggi non avevano fatto in tempo a scaldargli le spalle. Reuben si girò
di nuovo e guardò il sole che asciugava rapidamente le strade e
le nuvole bianche ormai lontane e innocue. Non avrebbe più piovuto.
Peccato. Un'ottima soluzione per il suo problema. Peccato avere un inconscio
onesto. Il pallido sole di quel pomeriggio di aprile aveva da tempo oltrepassato
il suo zenit e nessuna nuvola lo aveva coperto. Marco era lì solo
perché era un desiderio.
Ma a questo punto, spezzato l'incantesimo di un sogno troppo irreale,
egli si svegliò alla stazione di Firenze. Evidentemente il sogno
precedente lo aveva portato a credere di essere proprio là; non
c'era alcun motivo perché dovesse essere proprio quella, e non
la stazione di un'altra città.
Aveva una strana architettura, due scalinate lunghe e larghe, una a destra
e una a sinistra che portavano a una grande terrazza sospesa su una piazza
affollata. Non era solo: vicino a lui vedeva riprodursi una diapositiva
scattata molto tempo prima, in quattro sui bastioni di San Giusto a Trieste
con quel fortissimo vento dal mare che riusciva a muovere anche i suoi
durissimi capelli, ricci e corti allora, e il cielo grigio con poche macchie
azzurre e nuvole nere e bianche e il sole pallido che costringeva a diaframmare
molto, il mare mosso, verde e grigio con le crestine bianche e le navi
alla fonda, una petroliera nera, piatta, immobile in fondo al molo, lontana.
La mente si perse nei colori stinti della diapositiva, ondeggiando fra
il mare, il cielo, i colori chiari e quelli scuri, perdendosi fra le pietre
e l'erba, confondendosi nei ricordi, obliata in una storia lontana e dimenticata,
stordita dai fiori impossibili di maggio, accecata dal vento e dalla solitudine,
desiderosa solo di riposo e un po’ di sole.
La mente diaframmava, Reuben stringeva gli occhi per mettere a fuoco,
ma la diapositiva si allargava e si restringeva, curvava le linee e sfuocava
i colori che diventavano intensi, caldi e opprimenti come per fargli scoppiare
la testa e chiudere gli occhi.
Il colore confuso sparì di colpo sostituito dal bianco luminoso
e poi dal nero e poi ancora dal bianco e dal nero, mentre il cla-clac
della diapositiva che cambia asciugava il sudore e lo rigettava in mezzo
alla piazza a guardare la gente che lo circondava indifferente.
Cominciò a correre e nella corsa risentì la calma e la freddezza
tornare rapidamente dentro, sgusciando agile, libero, imprevedibile fra
la colorita gente della piazza, come quando il sabato pomeriggio correva
per le vie del centro evitando le signore ferme alle vetrine, i passeggini
e i chiassosi gruppi di ragazzi e le ragazze che si tenevano per mano.
Fuggiva senza sapere da chi; sentiva il bisogno di correre via e si chiedeva
perché. Giunse in una piazza circolare, con i bordi rialzati come
di un piatto, il posto giusto, largo, per fermarsi e guardare chi c'era
dietro di lui.
Alcuni ragazzi giocavano a baseball o a qualcosa di simile, e pensò
che valeva la pena di giocare finché gli inseguitori avessero colmato
lo svantaggio. Impugnò la mazza e vide la pallina ripartire rimbalzando
verso la propria origine. Corse a quella che poteva essere la prima base
e si fermò, incerto se proseguire. Non conosceva le regole di quel
mezzo sport in una piazza. Guardò intorno e nessuno giocava più.
Vide un uomo con i baffi parlare con uno dei ragazzi. L'uomo con i baffi
prese a correre seguito da altri. Egli attese un istante, poi si gettò
veloce in un vicolo e si sentiva ridere di quegli strani uomini che pensavano
di poterlo prendere. Non erano giovani, per niente, così gli piaceva
la parte della lepre, poteva giocare. Fece perdere le tracce e arrivò
in un ampio cortile con sassi e erba, cintato da un basso muretto senza
siepe o rete. A quel punto, come se avesse raggiunto il rifugio, il pensiero
della fuga scomparve totalmente dalla sua testa, mentre i suoi occhi,
roteando intorno, si fissarono su ciò che stava accadendo lì.
Una tavola, e i suoi amici seduti intorno ad essa.
Ebbe la chiara impressione di rivivere una scena già vissuta come
rivedendola in un film o richiamata alla memoria da un profumo. Ridevano
tutti, forse dell'unica ragazza che piangeva.
Si fermò accanto al tavolo guardandola. Avrebbe voluto fare qualcosa
per lei, chissà, parlarle, consolarla. Ma dopotutto quello che
vedeva non era più vero, era accaduto tanto tempo prima ed ora
solo la sua memoria o la sua immaginazione ricostruivano quello strano
fatto. O forse stava proprio sognando.
La mente si riempì di quelle domande e i piedi andavano avanti
e lui guardava indietro, incerto e sperduto. Non era davvero il caso di
fermarsi: quella ragazza avrebbe avuto un ragazzo fra poco, e avrebbe
pensato lui a tutto. Il passato è andato, inutile influire. Le
cose sarebbero andate lo stesso allo stesso modo e il tempo non aveva
bisogno di lui.
I suoi piedi correvano, ora, e dietro di nuovo gli uomini con i baffi,
ma la mente era ancora accanto al tavolo e gli occhi fissi sulla ragazza
che piangeva. Sembrava che solo le gambe si allontanassero, mentre il
suo spirito continuava ad aleggiare sul cortile. Dal cervello gli parve
di sentire scendere nello stomaco qualcosa come ruggine rossastra che
lo svuotava; il sangue pulsava vicino agli occhi e faceva male e le palpebre
erano pesanti e si chiudevano colpite da una luce bianca e forte e il
cervello pensava immobile e le gambe correvano e si scolpivano immagini
rarefatte del suo cuore di pietra, delle lacrime pietrificate della ragazza
che il tempo avrebbe rimosso e asciugato, dei respiri affannosi degli
uomini coi baffi, delle facce sorridenti e deformate degli amici seduti
a bere.
Non poteva farci niente, doveva scappare, e non era la persona giusta
per parlare con lei. Cosa poteva dirle? No no no. Ma perché non
gli veniva in mente niente? Una parola, un gesto, niente? O erano le gambe
che gli strappavano energia e fiaccavano la ragione assorbendo calma e
lucidità?
Il cervello si fermò gridando e con esso le gambe. Tutto il corpo,
lentamente, al rallentatore, si scosse ancora una volta, tutti i muscoli
vibrarono lungamente alla ricerca di una posizione di riposo e il sangue
sciacquò nelle arterie e il cuore disse basta e la mente disse
basta e tutto fu fermo. Tutto fu fermo, infine, e la mente tornò
lucida. Egli riprese a muoversi, barcollante ma deciso, verso il cortile.
L'immagine svanì di colpo e Reuben fu di nuovo sveglio nella penombra
della sua camera. Cercò con la mano l'orologio sul comodino e il
contatto col freddo acciaio del cinturino fu la prima sensazione di realtà.
Reuben fu sveglio.
Convinto di avere dormito troppo si alzò nervosamente su un gomito
e guardò l'orologio, ma solo dopo qualche secondo, con gli occhi
semichiusi, riuscì a leggere l'ora sugli sfocati numerini su fondo
grigio. Non aveva dormito più di mezz'ora, così, soddisfatto,
riappoggiò la testa al cuscino, tirò il lenzuolo fino alle
spalle e rimase lì a guardare il soffitto tentando di ripercorrere
all'indietro la strada del sogno riproducendo nella mente le immagini.
Sentiva ancora quella ruggine nello stomaco. Quella ragazza, infine, non
l'aveva aiutata, e quella scena non c'era mai stata prima. Il sogno si
era preso anche la ragione. Era strano che il sogno agisse per vie così
diverse. Peccato essersi svegliato e non potere vedere come andava a finire.
I sogni lasciano sempre un po’ di nostalgia. Dal soffitto il suo
sguardo si spostò sulle persiane semi-abbassate e vide i raggi
del sole entrare fra le stecche. Dunque non pioveva, e gli altri a Firenze
c'erano sul serio, erano dunque partiti e i sogni non li potevano fermare.
Ora che i giochi erano fatti era il momento di pentirsi. Ma non ci si
può pentire quando l'orgoglio è più grande di te.
Niente di speciale in tutto questo, niente di speciale in quanto stava
accadendo, solo che Reuben era un ragazzo strano che soppesava le situazioni
e le parole come fossero proiettili e quando sparava colpiva dritto al
cuore, ma questa volta il colpito era lui e aveva perso la guerra, una
guerra da niente, ma che gli diede il modo di pensare e decidere.
La guerra si era combattuta per ragioni futili, nient'altro che la destinazione
della gita scolastica che quell'anno, complici ponti e festività,
era una gita lunga di cinque giorni, una cosa straordinaria che provocò
litigi, alleanze, tentativi di corruzione, tradimenti e a cui Reuben,
sconfitto ma non piegato, aveva infine, all'ultimo momento, deciso di
non aderire per restarsene a casa.
Da quando l'idea della gita a Firenze era stata gettata e poi via via
documentata e cooptata da molti, dopo che molteplici contrasti si erano
accumulati, la sua decisione di non andare divenne più una questione
di principio che di reale scarso interesse per la meta del viaggio. Di
meglio si poteva di certo fare, ma dopo tutto lui stesso aveva sempre
sostenuto che un posto valeva l'altro e che la sola cosa importante era
andarci tutti, ma, venuto a mancare l'accordo comune, trasformò
nel suo cuore Firenze in una mitica, inaccogliente, noiosa e rivoltante
città, il simbolo della lotta della tenacia contro la prevaricazione,
e il simbolo divenne così importante che alla fine Reuben li lasciò
partire e rimase a casa, vanamente pregato e insultato, perché
il principio non guarda in faccia nessuno.
Reuben aveva torto, ma non voleva ammetterlo con se stesso. È che
sentiva martellargli un no nella testa e quello era il periodo in cui
si sentiva istintivo, dominato dalla propria intuizione cui non voleva
opporre il buon senso o la volontà. Dopo che a poco a poco il suo
schieramento aveva perso forza e tutti lo avevano abbandonato per cambiare
parte, anche lui aveva cominciato a non essere più molto sicuro
di non volere andare: comunque potesse essere Firenze, bella o brutta,
fredda o accogliente, la cosa lo interessava fino a un certo punto, mentre
il gioco che aveva intrapreso stava per mandare all'aria tutte le sue
buone relazioni e diventava pesante.
Non era più convinto della sua lotta, che in fondo era stupida,
priva proprio di senso. Lo guardavano chiedendosi cosa avesse, lo vedevano
strano e lo sopportavano solo per quello. Se non avesse già preso
la sua decisione, sarebbe valsa la pena di ritornarci sopra, ma anche
lui si sentiva strano e il suo cervello continuava a ripetere quel no
e questo pareva giustificare tutto quello che gli stava accadendo. Assisteva
a se stesso che diceva cose strane, che litigava e si impuntava. Il suo
istinto non aveva mai sbagliato e quella era una buona ragione per insistere,
una ragione che non poteva essere capita quindi non poteva essere spiegata.
Poi restava l'orgoglio che non poteva cedere.
Non era una scelta facile: i dubbi gli tornavano all'improvviso, testimonianza
di altre parti della sua coscienza, e gli suggerivano di ragionare o di
fidarsi o di cambiare idea o di cedere, entrandogli in testa e avvelenandogli
i giorni e le notti. A questo punto Reuben non cercava più una
soluzione di compromesso che lasciasse soddisfatti lui e gli altri, ma
una prova che gli dimostrasse che aveva avuto ragione, non per la sua
vanità ma per avere la certezza di potersi ancora fidare dell'istinto.
E le risposte, irreali ma soddisfacenti, erano arrivate ora in sogno,
elaborate dal suo cervello sotto pressione a tutte le ore.
Ma il treno era partito, infine, e lui non era neppure andato in stazione,
e questo pareva a lui un segno, un invito, una svolta. E qualcosa doveva
accadere, ora, valeva la pena di pensarci, ora, dato che aveva tempo.
Poteva in cinque giorni fare molte cose, andare in molti posti, dimostrare
in qualche modo che non aveva bisogno di nessuno, che le sue scelte le
poteva fare da solo e che da solo si poteva anche divertire ugualmente
e di più. Poteva partire da solo e raggiungerli là, fare
loro una sorpresa e fingere stupore nel vederli come se in realtà
non li avesse cercati e seguito i loro movimenti per tutto il giorno.
Era una buona idea: passare per Firenze, salutarli e poi proseguire. Doveva
andare in stazione a guardare gli orari. Era importante arrivare con molte
ore di luce davanti, altrimenti non sarebbe riuscito a trovarli, quindi
doveva partire il giorno dopo, alla mattina. Una volta là li avrebbe
trovati, non era difficile con una cartina. Firenze non è piccola,
ma si poteva essere intuitivi. Male che andasse li poteva trovare la mattina
seguente all'ostello. Lo avrebbero trovato seduto su un muretto di fronte
alla porta. Sarebbe rimasto là poco. Poteva seminare altre discordie.
Poteva restare qualche ora poi partire per Napoli, Roma, Assisi?
Ora la cosa pareva ridicola, una sconfitta ridicola, mentre c'era un solo
modo per vincere la guerra: perderla e trasformarla in una grande tragedia,
perché sentiva qualcosa, sentiva che il vento soffiava, che il
gioco non era tutto lì.
Questa storia stupida lo metteva di fronte a se stesso, qualcosa lo trascinava,
qualcosa lo guidava, qualcosa accadeva dentro di lui.
Doveva andarsene da solo, in moto, magari al mare. Al mare forse.
Il mare in aprile è bello, con la sabbia ancora liscia per il vento
e senza impronte, così profonda che fai fatica a camminare e diventa
subito fresca sotto i piedi e il vento del mare sulla faccia e sulle braccia
il sole delicato che brucia lo stesso perché non sei abituato e
la sabbia finissima quando hai sbriciolato la superficie e trovi quella
sotto non ancora umida e bagnata sulla riva se la marea è bassa
e i pontili spuntano dall'acqua con le cozze o qualcosa di simile incrostato
ai piloni coperti di alghe e quella specie di ruggine verde che deve corrodere
il legno che scricchiola quando lo percorri e vibra tenendo il peso solidamente
(ci avranno pensato prima di costruirlo), senti l'odore della salsedine
e respiri meglio e la maglietta diventa umida e appiccicosa ed è
tutto molto triste ma il mare è bello in aprile. Dormire là
una notte col sacco a pelo sul pontile o dove il terreno si alza un po’
e protegge dal vento e dalla sabbia che si alza e c'è qualche arbusto
dove attaccare l'orologio con la sveglia per chiamarti quando è
ancora presto e restando al caldo puoi vedere l'alba e i primi raggi del
sole quando ancora c'è freddo e ti piace stare al caldo e pensare
che fuori c'è freddo. Il mare è più bello in aprile
quando l'acqua è fredda ma se riesci a entrare non puoi più
uscire perché il vento ti gela, il mare è strano con il
suo fascino la sua nostalgia la sua allegria i suoi ricordi di estati
felici e vissute e il silenzio della notte risaccata che fa quasi paura
cancellando il giorno e la sua euforia e il sole che riposa la mente e
riempie l'anima di pensieri difficili e pesanti e dolci. Due giorni al
mare ci sarebbe andato.
Il tempo non passa mai quando non c'è nulla che ti faccia muovere.
No. Passa veloce, invece, muove in fretta, fugge per nascondersi nella
poca memoria, continua a vivere nella memoria, ma è più
forte la fame di futuro che indugiare nel gusto del passato. Quando si
mangia un boccone prima di avere finito di masticare l'altro.
Voracità. Voracità di finire i propri giorni aspettando
ciò che verrà e consumando i giorni presenti come una lunga
noiosa cena.
Due giorni e poi.
Doveva essere altrove il giorno in cui i suoi amici fossero tornati, così
sua madre avrebbe potuto rispondere a loro che chiedevano: "Non c'è,
è a Monaco, a Parigi, chissà dove".
Poteva lasciarli soli, se si possono lasciare sole venti persone insieme.
Era forse superbia o una concezione troppo alta di sé o un bisogno
di sé, ma era un'idea: in Francia, sì, ma non sei giorni.
Due mesi almeno, a piedi e in treno.
E lasciare perdere i suoi amici e fare infine quello che voleva. Tempo
di pensare a se stesso, di tirarsi fuori dalla bara prima che fosse tardi
e il coperchio si chiudesse sopra, ora di muoversi, di cambiare, di provare
un modo diverso, una storia nuova, tagliare e dimenticare chi ti circonda
e ti condiziona.
Away away, for I will fly to thee.
Bello tornare fra due mesi con un po’ di barba i capelli lunghi
e i jeans stracciati sulle ginocchia e sfilacciati in fondo; potere dire
che sei stato a Bucarest o Copenaghen o Amburgo e al ritorno passare da
Cinzia e chiederle se a Firenze si erano divertiti o se c'era stato brutto
tempo e poi andare da Francesca e chiederle se aveva qualcosa da darti
da bere perché avevi camminato parecchio prima di ricordarti dove
abitava.
Due mesi, poteva stare via due mesi, non importava dove, ma lontano da
quel piccolo mondo complicato assurdo e asfissiante dove le parole sembravano
già pronunciate, dove le relazioni ti trascinavano. Lontano da
tutte quelle persone che erano entrate in quel mondo e lo avevano inquinato
e conquistato. Un'idea folle per uno come lui che aveva sempre odiato
viaggiare e amava le comodità della sua casa, ma ora era diverso:
non si trattava di andare a vedere musei e monumenti, ma semplicemente
di andare via, scappare dal carcere, evadere senza sapere cosa c'è
di là, fuggire dalla gabbia anche se non si sa volare e non ci
si può procurare da soli il cibo.
Reuben amava la sua casa, il suo nido spesso vuoto per accogliere solo
lui, re di un piccolo regno che erano sei stanze a rettangolo tradizionali
e un giardino maldisposto e poco usato. Un re che aveva dei re sopra di
lui. La casa era buia. Non l'avevano fatta bene. Né bella e fine
a se stessa né pratica e fine all'uomo. E poi era finita che il
regno si era diviso e a ciascuno la sua parte, e anche a lui un principato
consunto, invaso ogni tanto dai costumi e dalle culture dei regni più
forti, ma tutto sommato tranquillo.
Infecondo, arido, soffocante d'estate, l'aria non circola, buio d'inverno
per il palazzo di fronte, il sole alla mattina quando lui non c'era, ma
andava bene così, meglio primo ad Arpino che secondo a Roma, questa
terra è la mia terra, bound for glory.
E l'aveva riempita di luci e fari potenti e lampadine azzurre per ricordare
l'estate e placare i nervi. Mobili semplici e grandi per fare spazio al
disordine, bianchi per recepire e riflettere la luce, peccato per la tappezzeria
giallina con i fiori chiari, erano meglio pareti azzurre su cui si può
scrivere in nero, rondini in cielo o pesci del mare.
Tutti i popoli hanno avuto problemi ambientali, per esempio il tappeto
di lana ai piedi del letto, rosso e giallo fatto a maglia, ed essere allergici
ad una cosa sola che è la polvere. E il parquet, anche se un po’
vecchio, era caldo e d'inverno scricchiolava ma qualche volta faceva compagnia.
Tu puoi fare quello che vuoi, ma in una stanza non ci sarà mai
posto per tutto quello che ci deve stare, roba che non serve ma è
tua e sei tu.
Anche il giardino sarebbe stato bello se non avessero piantato gli alberi.
Oppure potevano fare una giungla intricata con il ruscelletto e il ponticello
e i tronchi all'ombra d'estate e i rami più alti al sole con le
corde per salire, un po’ di sottobosco, felci e muschio per terra,
pappagalli e serpenti e alberi di cocco.
Un po’ di fantasia e rendere la vita più sogno e meno vita.
Hai molto ma non basta. L'erba del vicino è sempre più verde,
ma l'erba di Eldorado è infinitamente più verde perché
è il verde che non c'è, non ricchezza e potenza ma fantasia
e irrealtà che sono tutto e niente. Nessuno seppe dire cosa c'è
a Eldorado, e questa è l'ultima delle nostre possibilità,
l'unica possibilità in più. È ancora possibile andare
via verso quello che gli occhi dicono niente e il cuore chiama tutto e
gli occhi girano intorno e stupiti riguardano il cuore e di nuovo chiedono
e non capiscono.
Oh, un verso e un da. C'è sempre un punto di partenza. Sei qui
e da qui vai. Qui con i piedi per terra, sulla stessa terra, in un giorno
e un anno che sono una cosa qualsiasi. Contano solo perché ci sei
tu. Se parti, parti da qui, e poi verrà la notte e il giorno dopo
la notte e vai, cammina. Giorno e notte e mai il contrario, sole e luna
e mai il contrario.
La casa è un dato di fatto, come il carcere e la gabbia. Tu fuggi
dalla casa, quasi scavalcando al buio e in silenzio il cancello di cui
hai la chiave. Ma la casa sarà anche un dato di fatto ma non conta.
I dati di fatto non contano proprio, non contano perché sono dati
di fatto.
Non c'era motivo di fuggire da quella casa, dopotutto non era forse una
casa eccezionale, ma per lui andava bene. No, la casa non c'entra.
Fuggire da casa, ma non da un luogo. Dalle persone, forse. Forse, ma non
ora. Ora i suoi amici erano via. In un certo senso era fuggito da loro
semplicemente restando, e poi i suoi amici erano buoni amici, era lui
che non girava. Forse erano una gabbia, una gabbia mentale? Mah, doveva
chiederselo qualche giorno, tanto di tempo ne aveva, due mesi.
Andare in giro per l'Europa poteva essere in fondo una vacanza. Già,
nulla di più, perché tanti problemi? Una vacanza.
Ma no. Non per lui. Due mesi in giro per l'Europa, ma quale scopo, quale
meta? A porsi questo problema sarebbe valsa la pena di non muoversi, ma
ora questo non contava.
Era il momento di mettere da parte la ricerca degli scopi e lasciarsi
trasportare dall'istinto. Si trattava di sopravvivere a un mondo che si
sfasciava, a una storia che diventava troppo piccola, a un sentiero che
era ormai troppo corto.
Ehi, quanti pensieri, quanti pensieri nell'epoca della velocità
e della decisione rapida.
Reuben e il mondo non andavano più d'accordo da un po’. Avevo
conosciuto le sue infantili idee da adolescente, ed ora non c'erano più.
Ci fu un momento nella vita di Reuben in cui la lenta parabola lungo la
quale la vita di un uomo corre normale e semplice subì un tracollo
imprevedibile e violento che fece cadere a terra tutto quello che egli
aveva costruito e pazientemente adagiato sul dolce pendio della sua giovane
vita.
E mentre si girava di scatto vedeva ogni cosa sollevarsi da terra sbalzata
dall'urto e ricadere rotolando verso il buio come scatole colorate che
sobbalzano e singhiozzano con le loro traiettorie in confusione di tinte.
E il cuore divenuto di ghiaccio e la gola chiusa dalla paura, da un terrore
cieco e freddo, erano le sole cose immobili in una burrasca di elementi
ribelli.
Quel cubo rosso, sistemato con cura e apprensione sulla cima della collina,
era come se uno sconosciuto venuto da chissà dove lo avesse buttato
giù senza guardare, neppure badando mentre cadeva.
E nessun rumore. Solo il silenzio meticoloso di un orologio. Tic tac tic
tac tic tac tic tac. E l'esplosione improvvisa della sveglia, una spada
nel cuore, barattoli, orrore, dolore del cuore e della mente.
Mentre pensava a una rumorosa allegria.
Così strano. Così strano avere seguito un istinto strano
che diceva cose insensate. Cosa lo aveva portato a decidere? Nessuna ragione,
niente di serio. Solo un sogno. Una profezia. Vagamente avvertiva una
fine. Vagamente una sepoltura che andava celebrata lontano, lontano da
loro che non capivano. Una gita di cinque giorni. E un no. E infine solo,
senza motivo. Soffriva? No, era già oltre. Il suo cuore pulsava
di no. Ed ora sognava per comprendere.
Questa storia comincia con un sogno e un ricordo. Ho cancellato il resto
perché non conta. Comprendo che non è cominciato da un fatto
ma da una voce, quella che disse no a una cosa banale significando cose
diverse che ancora lui non capiva. Iniziò una storia nuova in primavera,
quando cominciano tutte le storie. |