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di seguito un'intervista concessa dall'autore a Shalom Gargioni (direttrice
della Casa Editrice Spirito della Terra), che ha voluto con
fermezza che venisse riportata in questa sezione, con la convinzione
che possa aiutare il lettore a comprendere l'autore, i suoi romanzi
e ciò che lo guida.
D.
Reuben inizia con un sogno. E’ un sogno vero?
R. E’ un sogno vero. Intendo dire
che in quel caso il sogno, che ho veramente fatto, aveva una qualità
di esistenza così superiore rispetto alla vita da presentarsi
ai miei occhi come una sorta di rivelazione. La mia impresa di scrittore
inizia esattamente da quel sogno, cioè da quando, svegliatomi,
l’ho trascritto. Poi sono andato avanti.
D.
Quanti anni avevi?
R. Diciotto.
D.
Il sogno riportato nel libro è esattamente quello che hai sognato
o lo hai modificato per ragioni letterarie?
R. E’ esattamente il sogno che ho fatto,
o meglio è tutto ciò che sono riuscito a ricordare di quel
sogno, e credo di averlo ricordato quasi tutto. Non ho tolto né
aggiunto. Al momento non sapevo i significati nascosti del sogno. Avevo
solo la chiara comprensione che quello “strano sogno” non
doveva essere perduto.
D.
Avresti fatto lo scrittore anche senza quel sogno?
R. Sì. Ma forse non avrei scritto
Reuben.
D.
Parliamo di Reuben. Ci tieni più al libro o al personaggio?
R. Tengo di più al personaggio. Sinceramente
credo che il libro non sia un granché, per quanto, quando lo scrissi,
mi sembrava un’opera straordinariamente potente. Su questo, in verità,
non ho cambiato idea. Reuben è ancora, secondo me, un’opera
potente. La sua forza deriva dall’essere sincera, dal raccontare
profondamente qualcosa di terribile che avviene in un ragazzo che diventa
adulto. Viste da una certa distanza le pagine di Reuben risultano
pesanti, monocordi, ossessive, ma lo sono esattamente come la vita sospesa
di un ragazzo di diciotto anni dotato di chiara intelligenza e di scarsa
volontà.
D.
Eppure al personaggio Reuben la volontà non sembra mancare…
R. E’ per questo che amo il personaggio
più del libro. Reuben ha il coraggio, che io raramente ho avuto,
di prendere decisioni radicali, di fare dei tagli. Se fossi stato Reuben
non avrei scritto il libro. Il sogno mi diceva di andare via, non di scrivere
libri. Scrivere libri è il mio modo per andare via restando, fuggire
senza muovermi.
D.
Nel romanzo Reuben è il protagonista assoluto, eppure, in un certo
senso, noi non lo conosciamo mai davvero. Ci viene presentato dall’anonimo
narratore filtrato attraverso il ricordo che ha di lui e solo verso la
fine Reuben parla, infatti un paio di discorsi sono messi fra virgolette.
Dunque, il romanzo racconta di Reuben o dell’eredità che
ha lasciato?
R. Credo che si tratti della stessa cosa.
Reuben, essendo un personaggio letterario, è in sé niente
più di ciò che il lettore trova in lui. Il narratore, ponendosi
come ulteriore filtro fra lettore e personaggio, svela inconsciamente
questo gioco. Reuben nasce nel momento stesso in cui non c’è
più. La sua fuga è necessaria perché possano cominciare
a vivere i suoi amici, la sua assenza è necessaria perché
si possa scrivere la sua storia.
D.
Che poi, la storia, in realtà non c’è…
R. Già. La storia non c’è.
Da un punto di vista strettamente narratologico Reuben è
un romanzo sbagliato dove non ci sono né trama né ordito,
cioè né fabula né intreccio né climax o spannung
o tutte le cose che ci si aspettano in un romanzo, magari anche senza
sapere che esistono. Questo aumenta di molto il disagio del lettore.
D.
In un colloquio con Allen Faulkner, dicevi che Reuben si deve
leggere una volta sola.
R. Sì. Veramente io consiglio ad alcuni
di non leggerlo proprio. Non perché tema ripercussioni sulla loro
vita, anche se a persone giovani e depresse consiglio sinceramente di
starne distanti, ma perché temo che il giudizio non potrà
essere lusinghiero. Non so ancora se Reuben è semplicemente
un libro riuscito male o un libro così nuovo da chiedere chiavi
interpretative nuove. Non sono un critico letterario e non lo so. Rispetto
al leggerlo una solo volta, dicevo che Reuben è un libro
adatto solo ad una certa categoria di persone, e queste persone dovrebbero
avere fra le mani Reuben nell’esatto momento in cui stanno
succedendo loro alcune cose. Allora lo potrebbero addirittura rileggere.
Anche più volte.
D.
A quale categoria ti riferisci?
R. Ragazzi molto giovani, che pensano molto,
che cercano risposte definitive senza trovarle e che non hanno nessuno
con cui parlare.
D.
Credi che fra i ragazzi di oggi molti appartengano a questo gruppo?
R. No. Neanche fra i ragazzi di ieri.
D.
Quindi Reuben è destinato a pochi…
R. Credo di sì.
D.
Ormai sei un ragazzo grande, in viaggio verso i cinquanta. Fai l’insegnante
e lavori tutti i giorni con i ragazzi. Che differenza c’è
fra i ragazzi di oggi e quello che tu eri trenta anni fa?
R. Mi sono sentito molte volte porre una
domanda più generica, cioè che differenza vedo fra i ragazzi
di oggi e quelli di una volta. A questa domanda rispondo di solito che
non ci vedo nessuna differenza. Che siano un po’ più disinibiti,
un po’ più scaltri, un po’ meno rispettosi delle regole
è la conseguenza di una deriva di tutta la nostra società,
a iniziare dalla famiglia. I ragazzi, per natura, si adeguano. I loro
comportamenti sono semplicemente adeguati al mondo che mettiamo loro davanti.
Posso garantire che i miei studenti sono nei miei confronti altrettanto
educati di quanto eravamo noi nei confronti degli insegnanti che stimavamo.
Sulle differenze più specifiche fra me e loro non so cosa dire.
Non saprei confrontare un individuo con una categoria.
D.
Hai fatto leggere Reuben ai tuoi studenti?
R. Solo ad alcuni, quando circolava in fotocopia.
D.
Perché Reuben è diventato protagonista di una trilogia?
R. Non lo so.
Ripensando adesso al momento in cui mi sono messo a scrivere Som de
l’escalina non ritrovo le ragioni per avere iniziato quel libro.
Nel terzo volume Reuben va addirittura sullo sfondo e il protagonista
diventa un altro.
D.
Quindi i libri della trilogia si possono leggere distintamente uno dall’altro?
R. Credo di sì. Si può.
D.
Talvolta emergono nel testo alcuni accenni di sperimentazione linguistica
che vengono però rapidamente abbandonati. Come mai ci sono e perché
non vengono sviluppati?
R. Non si tratta di vere e proprie sperimentazioni,
ma piuttosto di imitazioni. Credo che tutte le brevi avventure fuori da
modelli, diciamo così, classici siano dovute alle frequentazioni
letterarie di quegli anni, soprattutto Joyce e Dos Passos. Ricordo di
avere avuto la certezza di essere capace di scrivere quando rilessi il
brano relativo all’intelaiatura della finestra da cui filtra l’acqua
(pp.58-61 ndr). E’ un brano che in effetti non ha niente a che fare
con la storia e nel corso dell’ultima revisione volevo sopprimerlo.
Ma mi ricordavo cosa aveva significato per me e ho deciso di tenerlo.
D.
Il romanzo subisce l’influenza anche di altri autori, non è
così?
R. Sì. Quali hai trovato?
D.
Eliot non è stato difficile, sapendo la tua venerazione per lui.
Qoelet, esplicitamente citato in più punti. E poi?
R. C’è John Keats, il Joyce
di I morti, gli America, Dylan, Woody Guthrie, La ballata
del vecchio marinaio di Coleridge…Ma direi che, diversamente
da Som de l’escalina, in Reuben c’è
più vita che letteratura.
D.
Mi pare che questi autori ritornino quasi tutti anche in Som…
R. E’ vero, sebbene Som l’abbia
scritto molto più tardi.
D.
I riferimenti impliciti a libri e autori sono inconsci o voluti?
R. Quelli che posso citare sono voluti. Gli
altri ovviamente inconsci.
D.
Che influenza ha ciò che leggi, sul tuo scrivere?
R. Credo che abbia un’influenza decisiva,
ma si tratta quasi sempre di spunti da cui parto per sviluppare altri
temi. Qualcuno si sarà accorto che l’inizio di June
riprende alla lettera alcune frasi del libro di Polillo Jazz.
L’idea di scrivere June mi è venuta proprio dalla
lettura di Polillo.
D.
Ma Polillo era un saggista, non un romanziere…
R. Era un saggista con straordinarie capacità
narrative. La sua storia del jazz è letterariamente straordinaria.
D.
Qual è il libro che ha influenzato più di ogni altro il
tuo stile narrativo?
R. La Bibbia.
D.
Qual è il libro che porteresti con te su un’isola deserta?
R. La Bibbia.
D.
E potendo averne due?
R. Alla ricerca del tempo perduto.
Ma su un’isola deserta mi augurerei di avere un’intera biblioteca.
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