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Vi sono strade maestre che portano ovunque e accanto vie secondarie
tortuose che portano ovunque in molto più tempo e dove è
facile perdersi.
Non è vero che la strada stretta porta in cielo: porta dove è
diretta. Le mete più comuni sono tutte raggiunte da una strada
dritta e da molte storte.
Dal pianoforte Earl passò al contrabbando. Ci volle tempo, perché
il contrabbando chi ce l’ha nel sangue e chi no, ma evidentemente
fra il pianoforte e il contrabbando c’era un’insospettata
via dalle molte e insospettate curve. Ci si poteva arrivare, di decima
in decima.
E’ un peccato: mio fratello poteva diventare qualcuno nel jazz.
Erano gli anni buoni, anni di soldi e fama. Il successo era lì
vicino per un buon pianista e poteva essere deviato solo da una rasoiata
o forse da una tendenza innata alla dispersione o forse da una tendenza
innata alla rissa o da una famiglia dispersiva, forse da un quartiere
povero dove i soldi si giocavano tutti a biliardo o forse perché
quindici dollari sono tanti per un ragazzo o forse perché non
si hanno fratelli maschi maggiori a prenderle per te e il padre è
spesso in giro per lavoro o perduto nelle sue manie o forse perché
siamo palle da biliardo e non andiamo mai nella buca giusta e rotoliamo
stupidamente e la gente intorno ride e scommette e uno ci rasoia la
faccia. Dobbiamo rifarcela, quella faccia che abbiamo perso, e un pianista
è pagato per suonare e tacere. Il contrabbando è lo svincolo
della vendetta, conosci la gente giusta. Imparai molto tardi che mio
fratello era vendicativo: da allora non mi fido più di nessuno.
Earl perseguì la vendetta con una costanza che non aveva mai
posseduto e, costretto a seguire vie lente essendo entrato nel crimine
in ritardo, impiegò mesi e denari per giungere all’obiettivo.
Quando gli piantò una .44 in una gamba l’altro non lo riconobbe
neppure. Avrebbe, in quel momento, pagato in contanti e promesse ogni
cifra, ma non conosceva il suo debito.
So quello che è accaduto dai dibattiti processuali, una cosa
veloce. Non c’era tempo da perdere a valutare litigi nel sottobosco
della malavita di Chicago. Mio fratello e l’altro erano incensurati
e costò loro molto caro: non andarono sui giornali, ebbero un
avvocato d’ufficio e il massimo della pena e non poterono cavarsela
facendo la spia a nessuno che contasse perché non conoscevano
nessuno che contasse. Era gente di mezza tacca, a Chicago. Che si accoltellassero
in pace.
Mio fratello lo inchiodò in un vicolo e gli sparò addosso
prendendolo per caso in un ginocchio. Quello si rotolò per terra
e strillò e si prese un calcio in faccia. Non capiva a chi doveva
quel servizio. Lo avrebbe saputo in tribunale. Mio fratello ricaricò
l’antiquata double-action prestata da un contrabbandiere amico
suo, prese vagamente la mira e lo prese di striscio al gomito. Quello
si mise a piangere e a chiedergli chi cavolo era. Mio fratello ricaricò,
riprese vagamente la mira e schiacciò il grilletto. Si sentì
clic, e la cosa finì lì perché erano finiti i proiettili.
Quello strisciava indietro e strillava. Mio fratello prese un bastone
che stava appoggiato a un muro e glielo spezzò sul gomito buono.
Era un bastone di trucioli e non fece male. Quello strillava e mio fratello
prese un bidone di immondizie e glielo tirò addosso. E’
molto ridicolo da raccontare e penoso da sentire, ma le cose andarono
così. Arrivava gente ed Earl tagliò la corda nel senso
sbagliato del vicolo che era cieco. Riuscì a fuggire lo stesso
saltando una rete, merito delle partite di football di qualche anno
prima, ma il tempo bastò a riconoscerlo. La polizia venne a cercarlo
a casa, ma Earl era già in viaggio verso il commissariato: aveva
il coraggio delle proprie azioni quando ci aveva pensato su. Quello
lo aspettava là pieno di gessi e cerotti e gli fece sparare addosso
da un amico che per la fretta lo sbagliò di qualche metro e scheggiò
un acero e fuggì come una gazzella; dopo tutto era a due passi
da un commissariato. L’altro restò lì come un lampione,
con le sue stampelle. Così li presero tutti e due e li processarono
per direttissima.