Capitolo

6

Vi sono strade maestre che portano ovunque e accanto vie secondarie tortuose che portano ovunque in molto più tempo e dove è facile perdersi.
Non è vero che la strada stretta porta in cielo: porta dove è diretta. Le mete più comuni sono tutte raggiunte da una strada dritta e da molte storte.
Dal pianoforte Earl passò al contrabbando. Ci volle tempo, perché il contrabbando chi ce l’ha nel sangue e chi no, ma evidentemente fra il pianoforte e il contrabbando c’era un’insospettata via dalle molte e insospettate curve. Ci si poteva arrivare, di decima in decima.
E’ un peccato: mio fratello poteva diventare qualcuno nel jazz. Erano gli anni buoni, anni di soldi e fama. Il successo era lì vicino per un buon pianista e poteva essere deviato solo da una rasoiata o forse da una tendenza innata alla dispersione o forse da una tendenza innata alla rissa o da una famiglia dispersiva, forse da un quartiere povero dove i soldi si giocavano tutti a biliardo o forse perché quindici dollari sono tanti per un ragazzo o forse perché non si hanno fratelli maschi maggiori a prenderle per te e il padre è spesso in giro per lavoro o perduto nelle sue manie o forse perché siamo palle da biliardo e non andiamo mai nella buca giusta e rotoliamo stupidamente e la gente intorno ride e scommette e uno ci rasoia la faccia. Dobbiamo rifarcela, quella faccia che abbiamo perso, e un pianista è pagato per suonare e tacere. Il contrabbando è lo svincolo della vendetta, conosci la gente giusta. Imparai molto tardi che mio fratello era vendicativo: da allora non mi fido più di nessuno.
Earl perseguì la vendetta con una costanza che non aveva mai posseduto e, costretto a seguire vie lente essendo entrato nel crimine in ritardo, impiegò mesi e denari per giungere all’obiettivo.
Quando gli piantò una .44 in una gamba l’altro non lo riconobbe neppure. Avrebbe, in quel momento, pagato in contanti e promesse ogni cifra, ma non conosceva il suo debito.
So quello che è accaduto dai dibattiti processuali, una cosa veloce. Non c’era tempo da perdere a valutare litigi nel sottobosco della malavita di Chicago. Mio fratello e l’altro erano incensurati e costò loro molto caro: non andarono sui giornali, ebbero un avvocato d’ufficio e il massimo della pena e non poterono cavarsela facendo la spia a nessuno che contasse perché non conoscevano nessuno che contasse. Era gente di mezza tacca, a Chicago. Che si accoltellassero in pace.
Mio fratello lo inchiodò in un vicolo e gli sparò addosso prendendolo per caso in un ginocchio. Quello si rotolò per terra e strillò e si prese un calcio in faccia. Non capiva a chi doveva quel servizio. Lo avrebbe saputo in tribunale. Mio fratello ricaricò l’antiquata double-action prestata da un contrabbandiere amico suo, prese vagamente la mira e lo prese di striscio al gomito. Quello si mise a piangere e a chiedergli chi cavolo era. Mio fratello ricaricò, riprese vagamente la mira e schiacciò il grilletto. Si sentì clic, e la cosa finì lì perché erano finiti i proiettili. Quello strisciava indietro e strillava. Mio fratello prese un bastone che stava appoggiato a un muro e glielo spezzò sul gomito buono. Era un bastone di trucioli e non fece male. Quello strillava e mio fratello prese un bidone di immondizie e glielo tirò addosso. E’ molto ridicolo da raccontare e penoso da sentire, ma le cose andarono così. Arrivava gente ed Earl tagliò la corda nel senso sbagliato del vicolo che era cieco. Riuscì a fuggire lo stesso saltando una rete, merito delle partite di football di qualche anno prima, ma il tempo bastò a riconoscerlo. La polizia venne a cercarlo a casa, ma Earl era già in viaggio verso il commissariato: aveva il coraggio delle proprie azioni quando ci aveva pensato su. Quello lo aspettava là pieno di gessi e cerotti e gli fece sparare addosso da un amico che per la fretta lo sbagliò di qualche metro e scheggiò un acero e fuggì come una gazzella; dopo tutto era a due passi da un commissariato. L’altro restò lì come un lampione, con le sue stampelle. Così li presero tutti e due e li processarono per direttissima.