PARTE PRIMA
1
Earl guadagnava quindici dollari la settimana, e non era poco per un
ragazzo di quindici anni. Non era poco neppure per un adulto, allora.
Il lavoro iniziava verso le sette di sera, un po’ prima d’inverno,
parecchio dopo in piena estate, e poteva durare fino alle due, alle
tre o all’alba o finire alle undici o mezzanotte, a seconda di
chi frequentava il locale quella sera. In pratica, quando se ne andavano
quelli che spendevano molto Burns, il padrone, cominciava a pulire il
bancone, rovesciava qualche sedia sui tavoli, versava da bere l’ultimo
bicchiere e, insomma, faceva capire a chi restava che era ora di andarsene.
Il martedì il locale chiudeva, ma Earl non era tipo da starsene
tranquillo a casa. Tagliava la corda e andava una settimana al Lowside,
l’altra al Martini’s per ascoltare la musica. A mia madre
diceva che era un aggiornamento professionale.
Beh, era vero. Appunto, da Burns Earl suonava il pianoforte ricavando
un vantaggio economico dalle lezioni che mia madre ci obbligava a prendere.
Mia madre.
Mia madre non si imponeva mai. Aveva un modo di dirti le cose che potevi
dirle di no o fingere di ignorarla, ma poi ti sentivi tutto scombussolato.
Il fatto è che non ci rinfacciava mai apertamente i sacrifici
che faceva per noi. Era questo che ci faceva a pezzi. Non c’è
niente come uno che tace e tu sai di dovergli qualcosa. Se avesse brontolato
sarebbe stato più facile darle contro, ma tacendo esercitava
su di noi un dominio ferreo, cui solo Earl, in qualche modo, si sottraeva.
Beh, con il tempo avrebbe smesso di tacere, e allora ce ne saremmo andati
tutti, come Earl.
Earl.
Lui era il ribelle della famiglia. Il secondogenito. Earl a otto anni
fumava. A undici fu sorpreso a bere acquavite dentro un bidone, a due
mesi dal proibizionismo. A dodici anni era già scappato di casa
tre volte, l’ultima delle quali ci volle una notte per trovarlo
sulla spiaggia che cercava punte di freccia. A quattordici era campione
di biliardo dell’isolato e andava a sfidare i campioni degli altri
isolati nei bar del quartiere. A quindici anni suonava da Burns e io
andavo a spiarlo.
Io.
Io avevo otto anni e lo amavo, il mio idolo, il mio eroe greco dal labbro
spaccato e il naso perennemente sanguinante. Earl era un rissoso, praticamente
come tutti i ragazzi del South Side, venuti su in un posto che, dall’immigrazione
dei negri e dagli scontri del ’19, era diventata una grossa polveriera.
Per fortuna c’era la musica a fare un po’ di ordine. Quando
si andava ai rent-parties non si guardava tanto al colore della pelle,
almeno in genere, ma a quanto uno era “giusto”, giusto per
quelle cose lì, si intende.
Earl cominciò a ridurre le zuffe dopo che mia madre gli ebbe
fatto notare che le dita gli servivano per suonare e che un dito rotto
può restare storto per sempre. La cosa lo terrorizzò,
anche perché era campione di biliardo, e le dita gli servivano
anche per quella cosa lì. Fu da allora che divenne più
accorto e, in cambio del suo buonsenso, ottenne di suonare da Burns.
Tutto sommato Burns non era un locale disprezzabile. La clientela era
bianca e mia madre conosceva un cugino o qualcosa del genere del padrone.
Risse non ce n’erano mai state e la polizia non irrompeva mai,
avendo ben altro da fare in zona. Non che fosse proprio un locale per
un ragazzo di quindici anni, ma era certo meglio di tanti posti dove
Earl avrebbe finito per cacciarsi.
E quindici dollari la settimana non erano pochi per un ragazzo di quindici
anni.
Neppure per un adulto lo erano, allora.
Un pianoforte a casa mia non c’era. C’era quello della
vicina, e Earl lo suonava da quando aveva quattro anni.
La vicina, la signorina Martha, insegnava musica e aveva le dita lunghe
e morbide che cadevano sui tasti piano piano, quasi temendo di fare
loro del male. Mio fratello pestava senza misericordia e usava il pedale
del forte con la stessa delicatezza con cui mia madre usava l’accetta
sul collo dei polli. Il pedale del piano gli era del tutto sconosciuto,
per questo non si poteva dire, neppure all’inizio della sua carriera,
che suonasse con i piedi. Usava solo il destro, e vi garantisco che
era abbastanza.
La signorina Martha aveva degli occhiali montati in corno, una specie
di serranda coi doppi vetri, e andava dalla parrucchiera ogni sabato
per riaggiustarsi la permanente e ridipingersi i capelli di arancione,
quella specie di rivoltante castano che le bionde usano quando cominciano
a incanutire. Portava gonne molto strette sotto il ginocchio, e i fianchi
sembravano dovere strabordare ogni volta che si sedeva. I bottoni, dovunque
fossero, su qualunque capo di vestiario, erano potenziali pallottole
che si comprimevano su catapulte di stoffa. Eppure la signorina Martha
non era grassa. O almeno non lo era troppo, solo che vestiva troppo
attillata. Ecco, proprio troppo attillata. Era tutta attillata, anche
a parte i vestiti. Parlava attillata, con una voce che non scendeva
sotto le narici, e qualche volta pareva che parlasse con le orecchie,
tanto le parole restavano nella parte alta della faccia. Suonava attillata,
raccolta sullo sgabello come un ghiacciolo intorno allo stecco. Suonava
cose dolci, molto romantiche, che accompagnava con dei movimenti delle
spalle avanti e indietro ciondolando la testa di qua e di là.
Le sue lunghe dita sembravano minacciare i tasti con la promessa di
picchiarli forte, senza ragione, ma si trattenevano, come ci si trattiene
dallo schiaffeggiare un bambino.
Era una signorina molto buona e molto comprensiva. Aveva perso il fidanzato
nella guerra con la Spagna e ne teneva una foto sul pianoforte. Credo
che pensasse a lui quando suonava quelle cose così soffici e
monotone e dondolava avanti e indietro. Coccolava quel giovane corpo
senza vita vestito in cachi con quel cappellone a tese larghe e quei
pantaloni larghi alle cosce e stretti in fondo, con le fasce.
Mi piaceva molto, la signorina Martha, e faceva degli ottimi tè
alle quattro del pomeriggio. Spesso invitava mia madre, ed era un po’
complice sua, un po’ complice nostra. A Natale veniva a mangiare
da noi e ci portava dei buoni dolci che comprava in una pasticceria
del Loop che lei sola conosceva.
Earl andava a suonare il pianoforte tutti i pomeriggi dopo la partita
di football o di baseball in strada e, quando era più piccolo,
era la stessa signorina Martha che gli tagliava le unghie a filo dell’attaccatura
e, talvolta, lo buttava in vasca.
Per via di quel pianoforte mio fratello subiva da lei ogni cosa, tranne
le lezioni di tecnica. Non ci fu mai verso di fargli mettere le cinque
dita accostate sul do re mi fa sol, schiacciare tutti i cinque tasti
e poi ribatterne uno alla volta per quattro battute. La prima volta
che ci provò giunse fino all’anulare, che restò
ribaldamente invischiato sul fa di quarta ottava e da lì non
si volle disormeggiare. Quella prima volta fu anche l’ultima,
e l’anulare rimase il dito critico di mio fratello. Diceva che
il più delle volte gli dava impiccio, un po’ come il pedale
del piano.
Al Lowside suonava Jim Fellmann e al Martini’s Johnny Watters.
Jim aveva una fantastica mano sinistra ed Earl andava al Lowside solo
per quella mano.
Jim spaccava le corde ritorte della parte bassa della tastiera con delle
decime spaventose (almeno a me davano un’impressione apocalittica)
e credo che suonasse qualcosa che chiamavano boogie woogie.
Quella mano gigantesca saltava come un rospo prendendo distanze fantastiche
fra il mignolo e il pollice. Di solito le decime le suonava in accordo,
ma quando agitava la mano come uno che fa segno “così così”,
solo molto più in fretta, non sentivi più la melodia,
che diventava una specie di canto lontano di mietitori sepolto dal clangore
di macchine dell’industria conserviera, e ti restava per un pezzo
nelle orecchie quel martellante, allegro e ossessionante giro melodico
che scendeva fino al tasto bianco più profondo e saliva a mezza
tastiera fino ad incrociarsi con la mano destra e il canto dei mietitori.
Credevo che il pianoforte della signorina Martha non possedesse quei
tasti così bassi, questo finché mio fratello decise di
possedere anche lui una fantastica mano sinistra: da allora quei tasti
si sentirono di là della strada, oltre il vicolo numero tre.
Jim Fellmann era un negro robusto, già vecchio, con gli occhi
bianchi e rossi dei negri e le palme delle mani bianche come i tasti
bianchi del pianoforte.
Mi era simpatico, Jim, anche perché era amico di mio fratello.
Il Lowside era un locale peggiore di Burns. Burns curava l’arredamento
e la clientela, bianchi entrambi. Talvolta non distinguevi la gente
dai tavolini, quando indossavano quelle giacche candide su pantaloni
candidi con un ascot malva e scarpe panna. Quando suonava da Burns mio
fratello usava soprattutto i tasti bianchi e, insomma, tutto pareva
pulito e a posto, anche se in fondo era un locale pubblico e mia madre
non era contenta che noi ci andassimo, così il più delle
volte non glielo dicevo.
Naturalmente andavo da Burns solo al pomeriggio della domenica, quando
c’era musica e quindi c’era anche mio fratello. Burns di
sera non l’ho mai visto perché quando raggiunsi l’età
per avere il permesso di uscire la sera, Earl non suonava più
lì.
Al Lowside la clientela era nera, o almeno marroncina, tan, come si
diceva, o almeno abbastanza sporca da non far notare la differenza.
Al Lowside si andava per giocare a biliardo e bere whisky di contrabbando.
Sui tavoli sporchi giravano pacchi di tabacco, fiaschette, mazzi di
carte, giornali popolari, banconote mollicce e puzzolenti, e si sputava
negli angoli sulla segatura, ma naturalmente qualcuno sputava anche
in mezzo al locale e, quando era ubriaco, in mezzo al locale ci vomitava,
anche, o ci si stendeva.
Il Lowside mi piaceva perché la gente era simpatica e non badava
granché a che faccia avevi. Si passava il tabacco e la fiaschetta
senza complimenti e non c’era gente con tanti soldi. Il pianoforte
era sgangherato e nero e Jim lo accordava tirando le corde con la chiave
inglese. Suonava un mucchio di tasti neri, e quelli bianchi non avevano
più il colore naturale dell’avorio ed erano diventati semplicemente
sudici. Visti da vicino sembravano portare le impronte digitali di Jim,
per quello strano modo che ha l’avorio di frantumarsi in piccoli
frammenti che restano attaccati come tessere di un mosaico impregnate
di sporcizia come un tatuaggio.
Mio fratello era bianco come il latte, un bel bianco naturale irlandese,
e faceva una certa impressione quelle volte che sostituiva Jim quando
il vecchio aveva buttato giù troppi sorsi di quel pessimo whisky.
Ero orgoglioso di lui quando suonava e mi piaceva la gente che si complimentava
e mi piacevano, dopo le prime paure, quelle negre mammose che mi sbaciucchiavano
con i loro labbroni rossi e salivosi schiacciandomi addosso seni duri
come palle da football. Molti di quei seni dovevano avere combattuto
epiche battaglie nel seminterrato del Lowside, ma, a quell’età,
odoravano per me solo di mamma, e il piacere che provavo lo scambiavo,
non so quanto innocentemente, con una sorta di affetto filiale.
Sognavo talvolta di vivere con una di loro, di proteggerla da qualche
delinquente, da qualcuno dei tanti omacci volgari che frequentavano
il locale e le trattavano con tanta confidenza. Quelle gli ridevano
dietro o lo mandavano al diavolo o lo abbracciavano e gli si sedevano
sulle ginocchia con la stessa facilità, e tutto sembrava così
allegro e scanzonato che credevo, quando stavo seduto in un angolino,
di assistere a delle commedie, come se tutti interpretassero una parte
solo per il mio divertimento e svanissero nei camerini quando io lasciavo
il locale prima che facesse troppo buio.
Andavo al Lowside e non da Burns perché quello non chiudeva mai.
Potevi andare al mattino per comprare un litro di latte come al pomeriggio
a parlare col padrone o a giocare a biliardo, alla sera o di notte per
gli scopi più diversi.
Rimasi un frequentatore del Lowside per molti anni, finché, da
adulto, cambiai città. Rimase per me un luogo incantato, dove
tutti i più vecchi mi conoscevano da quando ero bambino e mi
trattavano con affetto e amicizia. Dalle ragazze del Lowside imparai
un mucchio di cose, non solo cose che chiunque può imparare da
qualunque ragazza, ma il loro bel modo di intendere la vita, la loro
gentilezza, la disponibilità ad ascoltarti, sobrio o sbronzo
che fossi. Parlai spessissimo di mio fratello con loro, quando le cose
erano ormai andate a rotoli e io avevo sedici anni o giù di lì
e non sapevo che pesci pigliare. Mi accompagnò una di loro, la
prima volta, quando andai a trovarlo in prigione, e Jim, che si era
preso a cuore mio fratello come fosse suo figlio, suonava cose allegre
quando piangevo e si dimenticava delle sue decime quando mi attaccavo
alla fiaschetta del pessimo whisky dei poveri. Suonava il nostro Singin’
the Blues e veniva poi a sedersi vicino a me e beveva con me senza dire
niente.
Al Lowside, naturalmente, erano frequenti le risse, soprattutto di sera
quando io non c’ero, così venivo a saperlo nei giorni successivi
quando vedevo qualche sedia più sgangherata del solito, qualche
labbro spaccato, e sentivo di qualcuno che era dentro per qualche giorno.
Naturalmente ci ridevano sopra.
Al Lowside la musica era un’altra cosa che da Burns. Da Burns
c’era un palchetto, sopra il palchetto un pianoforte bianco, accanto
al pianoforte una panchetta coperta di pelle nera con due manopole laterali
per regolarne l’altezza e sopra la panchetta c’era mio fratello
che soffriva a trattenere la mano sinistra. La gente andava per bere
e parlare e passare il tempo, e ascoltava distrattamente la musica che
doveva essere debole e discreta. Non era un locale di alto livello,
ma era ordinato e pulito. Se non c’era musica, la gente andava
lo stesso, ma meno volentieri, quindi Burns pagava mio fratello perché
i musicisti bianchi non erano molti da quelle parti e lui negri non
ne voleva. La signorina Martha aveva garantito per Earl e il contratto,
dopo una prova sommaria, fu stabilito con una stretta di mano.
Burns non capiva un accidente di musica, si aggirava per i tavolini
e chiedeva come vi sembrava il pianista. Se voi dicevate che andava
bene, lui era contento.
Al Lowside il pianoforte era nero ed era appoggiato a un muro scrostato
e sporco, e appoggiata sopra il pianoforte c’era la chiave inglese
e vicino alla chiave inglese un cerchio appiccicaticcio che corrispondeva
con il punto in cui Jim appoggiava il bicchiere. Jim suonava in mezzo
a un frastuono impossibile e riusciva a farsi sentire. Talvolta accompagnava
una delle ragazze, una negrona imponente che cantava come una dea dentro
un vestito rosso pieno di lustrini. Allora si faceva silenzio e la gente
lasciava le stecche, faceva cenno di fare silenzio, posava le stecche,
posava i bicchieri e ascoltava. Ma se la canzone era conosciuta, cantavano
tutti e Jim pestava sui tasti e sparava le sue decime e ci faceva impazzire,
saltare sulle sedie e sui tavoli.
Al Lowside poteva finire l’alcol perché la polizia aveva
beccato il contrabbandiere di turno o poteva mancare il tabacco o potevano
lacerarsi i panni dei due tavoli da biliardo, ma la musica era tutto
e finché c’erano Jim e il pianoforte al Lowside c’era
pieno di gente.
Jim non beccava un centesimo.
Credo ci volessero due o tre mani della signorina Martha per farne una
delle sue. Aveva davvero una grande mano sinistra.
Quello che suonava era jazz. Non era musica, per la signorina Martha.
Era jazz, e a me stava bene così.
Al Martini’s suonava Johnny Watters. Aveva una fantastica mano
destra.
Al Martini’s andavano i bianchi e costava caro. Anche Johnny faceva
jazz, ma era diverso. Un jazz da bianchi, più rispettabile. Un
jazz che sarebbe stato buono per Burns e forse anche per la signorina
Martha.
Dopo la metà degli anni ’30 Martini’s, cambiato nome,
avrebbe aperto una grande sala da ballo e le sedie dell’orchestra
sarebbero state occupate dagli uomini di Eddie Condon, di Count Basie,
di Duke Ellington. I negri erano di moda, negli anni ’30, ma negli
anni ’20, in certi locali, le cose andavano diversamente. Al Cotton
Club la clientela era bianca e i musicisti neri, da Martini’s
la clientela era bianca e anche i musicisti. Johnny suonava il pianoforte
in un gruppo di una decina di elementi.
Andai una volta al Martini’s con mio fratello evadendo dalla finestra.
Il portiere non voleva farmi entrare perché ero troppo piccolo,
e mio fratello dovette allungargli due dollari per convincerlo. I camerieri
ci guardavano con aria strana, ma mio fratello faceva finta di niente.
Ordinò due succhi di frutta, allungò un’altra mancia,
questa volta al cameriere, e potei ascoltare Johnny Watters e la sua
band.
Johnny sorrideva sempre, mentre suonava, e gettava occhiate qua e là
ai suoi ragazzi. Ogni tanto alzava una mano dalla tastiera e segnava
il tempo o chiamava gli interventi dei solisti, e non ti accorgevi che
stava suonando con una mano sola. Il pianoforte, la batteria, il banjo
e il contrabbasso suonavano sempre e suonavano insieme, perfettamente
d’accordo, poi, a un cenno di Johnny, la tromba o il sax tenore
o i clarinetti o il trombone o tutti insieme o a due a due cominciavano
i loro pezzi e si baloccavano la melodia come quando le bambine giocano
a passarsi la palla. Talvolta due strumenti suonavano contro altri due,
contrappuntando, e alla fine dei pezzi tutti gli strumenti insieme chiudevano
con quattro successivi accordi e il pianoforte o la batteria ci ricamavano
sopra finché Johnny piegava la testa da un lato, poi la drizzava
rapidamente e tutto era finito. La gente applaudiva educatamente. Si
vedeva che era contenta. La gente andava al Martini’s per la musica
più che per bere. Ci andava anche per incontrare la gente giusta.
Il pianoforte di Johnny Watters, tranne che era a coda ed era di un
bianco laccato che sembrava ricoperto di bucce di denti di negro, era
uguale a quello della signorina Martha, cioè non aveva i tasti
bassi. Cioè, li aveva ma non si sentivano. Johnny, insomma, non
li suonava. Cioè, li suonava, ma piano. Tutti insieme quelli
dell’orchestra facevano meno fracasso di quanto ne faceva Jim
quando si metteva d’impegno.
Mi chiesi per qualche minuto cosa ci stava a fare tutta quella gente
sul palchetto se suonava così piano, e ci volle l’esperienza
di mio fratello per farmi notare l’esistenza di qualcosa che non
avevo fino ad allora conosciuto, cioè l’armonia, l’orchestra.
Dopo un po’ entrai nella mentalità e mi gustai la serata.
Rispetto a Jim, Johnny era tutta un’altra pasta. Prima di tutto,
non lo conoscemmo mai. Mio fratello lo ammirava, forse più ancora
di quanto ammirava Jim. Ammirava la sua capacità di suonare in
apparente deconcentrazione, attento a tutto ciò che accadeva
agli altri strumenti, sollevando di tanto in tanto quella graziosa mano
destra che gentilmente dirigeva altri nove strumenti senza perdere il
ritmo. Era veramente una grande mano destra.
Non avendolo mai conosciuto personalmente, mio fratello non sapeva molto
di lui. Diceva che veniva dalla “classica” (all’epoca
non sapevo cosa volesse dire, e pensavo a qualche classe di scuola),
che aveva studiato (ciò mi radicava ancor più nell’idea)
e che suonava il jazz perché rendeva di più.
Trovavo incredibile che pagassero Johnny per il poco fracasso che faceva.
Che pagassero mio fratello non mi sorprendeva, perché lui era
mio fratello ed era stato raccomandato dalla signorina Martha, ma che
pagassero Johnny e non Jim, che era più simpatico e la gente
impazziva quando suonava, questo lo trovavo incredibile. Non ci credevo,
ma non osai mettere in dubbio la parola di mio fratello. Forse la “classica”
aveva a che fare con la malavita, e allora tutto era più chiaro,
o forse le mani destre erano più rare delle sinistre, quindi
aveva un senso pagarle.
Il giorno dopo che mio fratello aveva ascoltato Johnny, si dimenticava
delle note basse del pianoforte e scendeva a patti con la signorina
Martha. Sembrava un bianco rispettabile. Gli passava in fretta, però.
Forse perché il nostro era un quartiere povero e mia madre aveva
delle conoscenti e noi giocavamo spesso con ragazzi negri, anche se
non stava bene, o forse perché Jim era simpatico e dava lezioni
a Earl senza fargli pigiare i tasti tutti insieme, o forse perché
mio fratello era un ribelle naturale, ma è certo che suonava
come un negro. Tranne che stava imparando a fare le decime anche con
la destra.
A diciotto anni mio fratello aveva una fantastica mano sinistra nera
e una fantastica mano destra bianca che suonava delle decime nere.
Io avevo undici anni e lo amavo.