| Capitolo 13 Rosso autunno. Piedi nel fiume bruno, fangoso. Tronchi alla deriva. Foglie macerate sulle rive. Sole al tramonto e pescatori. Venire qui per una nascita, fratellino. Sul grande fiume
lento, superiore, indifferente. Un fiume leone sazio che scivola sulle
nostre angustie, elude i nostri perché. E’ un commento
alla nostra vita, questo fiume lento e sornione. Se ci inabissassimo
in esso come in una storia ci porterebbe lontani seguendo la sua traccia
senza avere per noi alcuna attenzione più che per altri. Fratello, certamente la vita ha da insegnare molto a scolari tardi come noi. Stamane, all’alba, la nascita di Thomas, ma, ancora più fantastico ora, al tramonto, io e te seduti insieme ancora come sul Michigan, i piedi nell’acqua a guardare i pescatori, gli occhi nella corrente a seguire le foglie gialle e brune e parlare finalmente liberamente fra noi dopo dieci anni di separazione e morte dell’anima. Noi rinasciamo oggi, così, come corollari a una nascita, come figli della nostra sorella minore. Sterilmente abbiamo condotto le nostre esistenze cercando pur di stringerle in pugno. E Rossella, così dispersiva, così incapace di distinguere i binari di un treno da altri, Rossella svenduta, il suo cuore prima che il grembo, a un amore che non c’era, Rossella ora madre a diciannove brevi anni, Rossella ha camminato più di noi. C’è una tenerezza profonda e seria nel frusciare metodico dell’acqua, questa sera. Essa vuole lisciare i nostri affanni, raccogliere le nostre storie, ottundere il dolore in una bellezza straniera che non comprendiamo come il dono dell’incenso e della mirra. Nessuno dovrebbe nascere se ci fosse più ragione. Sono i frammenti di follia, i cedimenti alla passione, i gorghi che si aprono nello scorrere logico del fiume che scombussolano il senso delle cose evitando la scomparsa del genere umano. La forza della passione, l’insostenibilità della castità, la forzatura delle resistenze del dubbio e del pudore, l’incertezza e la rivalsa di una madre: questo dobbiamo ringraziare per il nostro esserci. E a questo vorremmo rinunciare per tornare nell’indistinto, nell’inconsapevole limbo senza tristezza, senza dolore, senza nulla. Com’è difficile lasciare la vita, quando la si è intrapresa. Ma così facile non incamminarsi su queste strade così aguzze di cocci, apparentemente così facile evitare le strozzature delle curve di fertilità o scivolare inerti lungo le pareti dell’utero e andarsene così, confusi in un falso ciclo. Cosa scontiamo, noi? La nostra maggiore vitalità? Il nostro incrollabile ottimismo? Il terrificante istinto di sopravvivenza che ha sconfitto i blandi abortivi delle madri per poi inchiodarle al frutto del loro seno? O una storia? Ma non ci siano discorsi tristi, stasera, dopo una nascita e una rinascita. La morte ci coglierà lentamente, ancora, lungo questo fiume fangoso, ma non stasera quando il sole è ormai crollato alla radice degli alberi e le nostre menti già arrancano al vestito buono e alla serata in città. Sì, fratellino. Festeggiamo questa nascita. |