Capitolo

13

Rosso autunno. Piedi nel fiume bruno, fangoso. Tronchi alla deriva. Foglie macerate sulle rive. Sole al tramonto e pescatori.

Venire qui per una nascita, fratellino. Sul grande fiume lento, superiore, indifferente. Un fiume leone sazio che scivola sulle nostre angustie, elude i nostri perché. E’ un commento alla nostra vita, questo fiume lento e sornione. Se ci inabissassimo in esso come in una storia ci porterebbe lontani seguendo la sua traccia senza avere per noi alcuna attenzione più che per altri.
La vita è giusta e semplice e distribuisce con equità. In essa, come tronchi nel fiume, possiamo affondare o riemergere, ma comunque è alla foce che ci porta secondo una strada che non noi abbiamo fissato, ma il tempo, la storia.
Una nascita, la nascita del nostro primo nipote Thomas. Orfano di padre come noi, un altro tronco nel fiume. C’è forse una logica in tutto questo, ma io non la comprendo. So di non avere una mente svelta e di capire tardivamente e con difficoltà. So che i bambini nascono da sempre fra gli interstizi dell’interesse e dell’invidia e sopravvivono, alcuni di loro in un olocausto ininterrotto aggrappati alla fame che la vita ha di sé in questo artificioso e casuale gioco di incontri. La vita che esplode in vetta a un fuoco artificiale fra migliaia di altri. Gioiosa incoscienza o calcolo o violenza o ipotesi. Essi nascono oltre le volontà, si radicano. Dallo sformato corpo di Rossella venne Thomas, da nostra sorella asessuata cresciuta così in fretta. Lei, allattare. Imbarazzante la sua nudità così diversa, ora, dopo dieci anni. Bella, anche. La saggezza femminile di accettare i segreti. La debole via dell’acqua. Come questo fiume dal nome maschio. Madre, però. Infiniti Thomas portati lungo le sue sponde, abbandonati, finiti, mezzo annegati. Nulla è sterile. Mezzi amori, promesse, ritorni, rifiuti alternati ad amplessi insinceri, buoni, teneri, rissosi. Dinamica fertilità, ed ecco Thomas, orfano prima di nascere. Ed ecco Rossella, femmina, poi donna, poi madre, poi ancora femmina. Ed ecco Thomas dagli occhi interroganti. Sono rinato dalla tomba per un sovrappiù. Torno con metà di me stesso, senza un padre, con un nipote infante, una sorella grande, una madre prostrata e te, fratello, su una retta via. A questa agonia non ero preparato. Ma non voglio tristezza, oggi, in cui è nata una vita di cui non so dire. C’è una logica in questo che io non so decifrare. Ogni nascita è una naturale assurdità, come un gioco di carte, come un riff. Una bellezza saccheggiata da notti insonni come tasti imperfetti, una perfezione dubitante di se stessa, incerta e frustrante. L’improvvisazione della vita, la sua assenza di partiture, la sua nera anima jazz incalcolabile, irriproducibile, sempre la stessa con pena infinita e infinita sopportazione. Come questo fiume si stende la vita, aumentata di Thomas da oggi, diminuita di me da anni.

Fratello, certamente la vita ha da insegnare molto a scolari tardi come noi. Stamane, all’alba, la nascita di Thomas, ma, ancora più fantastico ora, al tramonto, io e te seduti insieme ancora come sul Michigan, i piedi nell’acqua a guardare i pescatori, gli occhi nella corrente a seguire le foglie gialle e brune e parlare finalmente liberamente fra noi dopo dieci anni di separazione e morte dell’anima. Noi rinasciamo oggi, così, come corollari a una nascita, come figli della nostra sorella minore. Sterilmente abbiamo condotto le nostre esistenze cercando pur di stringerle in pugno. E Rossella, così dispersiva, così incapace di distinguere i binari di un treno da altri, Rossella svenduta, il suo cuore prima che il grembo, a un amore che non c’era, Rossella ora madre a diciannove brevi anni, Rossella ha camminato più di noi. C’è una tenerezza profonda e seria nel frusciare metodico dell’acqua, questa sera. Essa vuole lisciare i nostri affanni, raccogliere le nostre storie, ottundere il dolore in una bellezza straniera che non comprendiamo come il dono dell’incenso e della mirra. Nessuno dovrebbe nascere se ci fosse più ragione. Sono i frammenti di follia, i cedimenti alla passione, i gorghi che si aprono nello scorrere logico del fiume che scombussolano il senso delle cose evitando la scomparsa del genere umano. La forza della passione, l’insostenibilità della castità, la forzatura delle resistenze del dubbio e del pudore, l’incertezza e la rivalsa di una madre: questo dobbiamo ringraziare per il nostro esserci. E a questo vorremmo rinunciare per tornare nell’indistinto, nell’inconsapevole limbo senza tristezza, senza dolore, senza nulla. Com’è difficile lasciare la vita, quando la si è intrapresa. Ma così facile non incamminarsi su queste strade così aguzze di cocci, apparentemente così facile evitare le strozzature delle curve di fertilità o scivolare inerti lungo le pareti dell’utero e andarsene così, confusi in un falso ciclo. Cosa scontiamo, noi? La nostra maggiore vitalità? Il nostro incrollabile ottimismo? Il terrificante istinto di sopravvivenza che ha sconfitto i blandi abortivi delle madri per poi inchiodarle al frutto del loro seno? O una storia? Ma non ci siano discorsi tristi, stasera, dopo una nascita e una rinascita. La morte ci coglierà lentamente, ancora, lungo questo fiume fangoso, ma non stasera quando il sole è ormai crollato alla radice degli alberi e le nostre menti già arrancano al vestito buono e alla serata in città.

Sì, fratellino. Festeggiamo questa nascita.
Con buon vino italiano.
E birra irlandese e whisky scozzese.
Salutiamo Thomas con una sbornia colossale.
Fumiamo i sigari migliori.
Non trascuriamo di mangiare bene.
In locali di lusso.
Dilettiamoci di questa notte calda.
Prima dell’inverno.
Parliamo dei tempi andati.
Parliamo del Lowside, delle ragazze.
Parliamo del jazz, di Bix.
Parliamo di Frankie Trumbauer.
Parliamo di Manuela e del suo marito aviatore.
Ma soprattutto di Rossella.
Del suo bambino.
Dell’America.
Del futuro.
Parliamo delle ragazze belle.
Parliamo delle loro gambe, del loro sedere.
Delle labbra e degli occhi.
Del seno, dei piedi.
Della bionda di Los Angeles.
Di Thomas e della vita che verrà.
Di Thomas e della vita che verrà.
Sì.