Alianti

June Mellow, piccolo e nero, scomodamente accomodato sulla panca lunga d'acciaio del Dakota.

Gli occhi vivaci e la smorfia delle labbra vagavano desolati tenendo compagnia ad altri occhi e ad altre smorfie e ad altre facce uguali nere di fuliggine ripiegate sugli stessi pensieri.

Maledetta notte di paura. Non proprio una bella notte per morire, ma ormai si era là, spettatori ininfluenti del proprio destino. Meglio arrivare in fretta dove si doveva. Maledetta notte di paura, vibrante.

June guardava quei ragazzi della centunesima che gli sembravano tanti studenti muti che ripassavano la lezione. Lo stesso nervosismo sulle panche di legno dell'università prima degli esami. Forse ripassavano la vita per trovarvi qualcosa, in una vita così breve e così sospesa.

Gorboduc Vanderbilt vomitava nell'elmetto e aveva altro a cui pensare. Con il mal d'aereo non avrebbe mai dovuto fare il paracadutista. Vomitare è peggio che sentirsi tirare addosso. Un ragazzo orgoglioso, capace di cose straordinarie con quel fisico insignificante. Non faceva per lui la centunesima, tutte quelle acrobazie per imparare a cadere dopo il salto, quello sporcarsi la faccia con il lucido, quel correre fino a stramazzare al suolo, portare pesi, strisciare sotto reticolati e ripassare lezioni come a scuola. Non per lui, ma non ci volle rinunciare. Qualcosa da dimostrare a qualcuno. Un tipo simpatico.

Peggio delle mitragliatrici, vomitare. Morire dopo avere vomitato. La cosa peggiore.

Gorboduc, che sempre trovava il modo di ridere, ora non ne aveva proprio voglia. Non raccontava storielle divertenti. Tutto quello che aveva lo vomitava nell'elmetto, compresa la paura, comprese le maledizioni, compresi i rimpianti. Una specie di sacco svuotato, floscio e senza sentimenti: il miglior genere di soldato.

Gorboduc stava seduto al centro della carlinga, dove si diceva ci fossero meno sobbalzi. June lo osservava da poco distante, visto che era l'unico che facesse qualcosa che non fosse mormorare a bassa voce, leggere la Bibbia o sospirare. Di fronte a June, bianchi e rossi, come proiettori si aggiravano in lungo per la carlinga i bulbi bianchi del Negro che masticava tabacco e sputava per terra, sprezzante e indifferente.

Trecento anni di schiavitù lo avevano vaccinato contro le sciagure della vita. Morire era solo una delle tante e non certo la peggiore. Tutto normale per lui. La guerra era il suo pane quotidiano da quando era nato in Alabama una ventina di anni prima. Era diventato grande, grosso e disilluso, uno che parlava poco, cinicamente, senza fantasie nè speranze, abituato a chiudere le orecchie e la mente ai sogni dei ragazzi di vent'anni.

I ragazzi della squadra gli volevano bene in quel certo modo maschile rude e vero. Era uno che insegnava a tenere i piedi per terra, e non c'era niente di meglio di uno che insegnava a tenere i piedi per terra quando da un momento all'altro un pezzo di piombo poteva farteli levare.

Se a Gorboduc la centunesima andava larga, a lui andava stretta. Aveva cominciato con loro, ma ne sapeva di più. Loro erano ancora bambocci, lui sembrava un veterano. Faceva soggezione a vederlo. Anche gli ufficiali lo trattavano con rispetto, anche quelli dell'Alabama. Aveva fatto del pugilato prima della guerra, ma non era quello. Da lui emanava qualcosa. I lavori più pesanti li faceva lui, con orgoglio ma senza trarre piacere dal successo che riscuoteva. Non era diventato amico di nessuno, non parlava abitualmente con nessuno. Non aveva vizi. La sua integrità si contrapponeva ora al timore che tremolava sull'aereo. Sembrava un messia. Tutto il contrario di Gorboduc che sembrava un morente.

June, fuggendo dagli occhi del negro, spiava Gorboduc e gli altri, tutti quei musi neri, tutte quelle teste scalpate con solo una striscia di capelli in mezzo. Solo il negro non aveva tagliato i capelli. Non aveva bisogno, come gli altri, di farsi più spaventoso per farsi coraggio. Faceva già paura. June non gli avrebbe rivolto la parola neppure per chiedergli del fuoco.

E Gorboduc continuava a star male e il ronzio dell'aereo faceva venire sonno. Meglio il sonno della paura, ma come dormire?

Maledetta notte di paura.

E pensare che volavano a chissà quanti piedi per andare a ficcarsi per primi in quella fossa di serpenti, in quel vespaio che era la Normandia.

Era tutto così diverso da qualche ora prima, prima di indossare i paracaduti e salire sull'aereo. Prima c'era stata euforia, si erano liberati della tensione, erano finiti mesi di rimandi e di allenamenti sui prati dell'Inghilterra. Paura di morire o no, la guerra non sarebbe finita senza di loro. La guerra li aspettava, un mucchio di ragazzi che aspettavano solo di volare di là della Manica o di essere gettati come acqua da un secchio sulle spiagge della Francia.

Quando gli ufficiali avevano detto "si va" era stata una festa per tutti. Tutti quei ragazzi, e chissà quanti di loro non avevano mai visto un tedesco che non fosse anche americano. Qualcuno aveva genitori tedeschi trapiantati nel Kentucky, ma non faceva niente. Erano altri tedeschi, che importa?

L'euforia era stata breve ed era volata via. Ora June si accorgeva di avere sempre avuto paura, da quando si era imbarcato per l'Inghilterra fino ad ora. Anzi aveva sempre avuto paura fin da piccolo. L'euforia era stata una bambinata che aveva preso tutti, ma le bambinate erano un lusso, ormai. Si invecchiava in fretta nella carlinga del Dakota. Non c'era tempo per diventare vecchi con calma e riluttanza. Non c'era tempo per sbagliare, per sperimentare, per rimediare. Molti di loro sarebbero stati vecchissimi fra poche ore. Così vecchi da morire.

June non aveva mai visto tante Bibbie in una sola volta, neanche nella chiesa battista vicino a casa sua. Uno sgranava un rosario. Molti si limitavano a tenersi la testa con le mani. Non c'era tempo per gli scherzi.

E tutto, agli occhi curiosi di June, diventava in un attimo insensato. Il tempo era finito, ora, almeno per qualcuno di loro. E Gorboduc sarebbe stato niente altro che un uomo che vomita nell'elmetto. Magari, se lo avessero colpito mentre scendeva verso terra aggrappato alle funi del suo salvagente bianco, l'ultima cosa della sua vita sarebbe stata vomitare. Vent'anni si macerano nella nausea.

Certo che vent'anni non erano poi così pochi. Qualcuno muore più giovane. Qualcuno a un anno o due, qualcuno prima di vedere la luce. Cos'hanno, loro, da dire sulla vita? Niente hanno sperimentato, niente hanno giudicato. Ma neppure a vent'anni. Cosa resta? Alla fine ci si aggrappa, dunque, a qualcosa. Un rosario, una bottiglia, senza consapevolezza. Ci si aggrappa a una convenzione. Che verità c'è? Non siamo consapevoli. Siamo pedine, pedine senza storia e senza gloria. Abbiamo le carte coperte. Siamo tutti uguali. Aggrappati alla vita che fugge l'unica cosa che desideriamo è vivere, venire fuori da questo inferno e non avere più paura. E non è questione di non morire a vent'anni. Vent'anni o sessanta conta poco. Ciò che conta è non morire.

Uno strano flusso di pensieri era questo che traversava la mente di June. Cose mai pensate prima, quasi il segno di una raggiunta maturità. E la paura cominciò a battere forte. Se era diventato vecchio così, di colpo, poteva essere che fosse finita per lui. Qualcosa aveva trovato, qualcosa aveva capito.

Poteva essere il segno che non avrebbe toccato terra vivo.

June aveva smesso di fare pensieri filosofici. Ora pensava alla sua missione. Controllava continuamente il suo equipaggiamento. Ripassava a memoria i plastici e le cartine, gli assalti simulati che gli avevano fatto provare per un mese.

Tutto normale, ora, e andare a rischiare la pelle era un semplice lavoro con un rischio incalcolabile. Gli tornavano in mente i punti di riferimento, l'albero grande, il muretto di pietre di là del ruscello, il sentiero fra le siepi.

In tasca teneva una bussola legata a uno spago, regalo di suo padre. Se la passò fra le dita e tra una mano e l'altra. Strano regalo di un padre che la bussola l'aveva persa spesso. Sarebbe servita?

Stava meglio, ora, concentrato sul compito. La cosa buona delle missioni era che, quando le cominciavi, non stavi più a pensare e ti limitavi a eseguire cercando di capire gli ordini confusi che ricevevi. Metà del tempo lo passavi a correre curvo su te stesso, l'altra metà a piantare la faccia per terra. Ogni tanto qualcuno cadeva e restava lì. Era morto. Era normale.

June sollevò gli occhi dalla bussola e si trovò davanti quelli del Negro che lo fissavano con uno sguardo che non lo vedeva, che era lì per caso concentrato su un punto qualsiasi dello spazio che per caso intersecava la sua faccia. June ne notò la fissità e l'irrealtà, ma si preoccupò lo stesso di quello sguardo severo. Abbassò gli occhi. Strinse il piccolo miragliatore e ne fece scattare l'otturatore e controllò il pacchetto delle munizioni.

Rialzò gli occhi e lo sguardo del Negro era ancora lì, e all'improvviso il pensiero del Negro sembrò correre lungo un filo che traversava June da una parte all'altra. June sentì un flusso rapido investirlo e travolgerlo. Divenne rosso. Tornò a occuparsi dell'equipaggiamento, ma sentendosi svuotato di ogni energia, privo di appigli, perduto, senza strada e senza speranza.

Lo sguardo penetrante e rassegnato del Negro sembrava forzargli dentro il senso nero della fatalità, la consapevolezza nera che tutto è fuori della portata dell'uomo, tutto infinitamente grande, tutto infinitamente aleatorio.

June controllò le cinghie del paracadute. Le mani gli tremavano.

Gli tornarono i pensieri di poco prima. Era maturato in fretta, e forse la sua vita era già finita. Ancora pochi minuti e sarebbe morto. Strinse meccanicamente la cintura sui fianchi e rialzò lo sguardo in faccia al Negro, che ora non lo guardava più.

Il Negro si chiamava Isaiah, ma fra di loro lo chiamavano Negro perché era l'unico nero della squadra.

Poteva sembrare strano, ma June sentiva per lui un insensato affetto, una incomprensibile sintonia. Eppure Isaiah era così distante da lui, mille miglia lontano non per la pelle, o non solo, ma per il suo modo di essere, per esperienza, per modo di fare. Isaiah apparteneva ad un altro mondo, e il mondo di June si era allargato da poco. Si era allargato a dismisura con la guerra. Prima era stato solo una fattoria nel Kentucky con grandi prati verdi costellati di fiori rossi e gialli e alberi a fusto alto e rami ingioiellati di rubini in autunno e smeraldi in primavera, una staccionata bianca di vernice, pulita, un confine molto poco immaginario con quell'altro mondo che stava fuori. E dentro la casa poche buone cose. I libri, la pipa del padre e gli odori di bollito dalla cucina.

Poi il mondo si era allargato, pochi mesi di università prima, la guerra poi, lo avevano condotto in un altro mondo, più grande, così poco umano, così poco su misura, così poco chiaro.

Ora il suo mondo si stava di nuovo richiudendo. Lui solo e nessuno che lo potesse aiutare.

L'unica cosa che differenziava gli amici dai nemici era che quelli non gli avrebbero sparato addosso, probabilmente, il che può anche essere molto quando non si ha altro, ma di fronte alla fatica di tenere in vita una vita durante una guerra è, tutto sommato, gran piccola cosa.

June si accorse, tornando dal flusso di questi nuovi pensieri, che stava stringendo fortissimo il manico del suo pugnale. La sua vecchia casa di assi bianche stava ancora ferma, serena in mezzo al prato.

I suoi genitori erano stati felici che lui partisse per la guerra. Erano riusciti a comunicargli , al momento della partenza, un poco del loro entusiasmo, un poco del loro patriottismo, e lui non si era mai sentito tanto americano come in quel momento. Essere americani pareva una cosa molto importante e molto bella, e tutte quelle bandiere bianche e rosse, tutti quei fazzoletti sventolati alla stazione, la banda, gli inni militari, i discorsi, tutto era davvero una bella cosa, ma tutto era adesso così lontano, tutto così dannatamente assurdo da non appartenergli più. Era il coraggio che si pensa di avere quando si è lontani dal pericolo e quello che si scopre di non avere mai.

E tutto, la banda e i fazzoletti, le lacrime della mamma, i baci delle ragazze, i fischi del treno, il peso dello zaino, l'euforia di qualche momento da eroi in prova, tutto appariva ora così sfumato, avvolto in una nebbia insensibile, come un sogno che ristagna senza senso, senza motivo, sopra la puzza di vomito della carlinga, sopra la puzza di grasso dell'acciaio, sopra il sottile aroma della polvere da sparo, sopra gli occhi disincantati del negro e quelli vitrei e acquosi degli altri.

Il sergente masticava gomma e fumava una sigaretta. Tutto normale, forse, per lui. Un veterano. Ma come si fa a masticare gomma e fumare contemporaneamente?

La banda smetterebbe di suonare se sapesse che ho paura. Mia madre smetterebbe di agitare il fazzoletto, e sarebbe anche quasi meglio perché non ho mai desiderato, fino a questo momento, di non essere americano. Preferirei essere un polinesiano o un mongolo, uno qualsiasi fra quelli che stanno sparsi altrove negli oceani o sulle montagne, via dalla guerra.

Meglio forse, addirittura, vomitare come Gorboduc, avere altro da fare, altro da pensare. Cosa ci faccio qui? Potrò mai non odiare i francesi se è per loro che sono qui? Fossimo nel Pacifico sarebbe diverso. Sarebbero affari nostri, avremmo da difendere le nostre case, la nostra staccionata e le piante ad alto fusto del Kentucky, non il bocage normanno, non Parigi, non il Belgio. Ma che posti sono?

Nel Pacifico il coraggio lo avrebbe trovato.

I suoi occhi si incrociarono di nuovo con quelli del Negro e June si sentiva molto meglio adesso, molto più sicuro di sé. Aveva razionalizzato, scovato la ragione della sua paura. Era una buona ragione, chi poteva dire che non avesse ragione?

Trovò il coraggio di reggere allo sguardo del Negro e, un po' balbettando, gli disse: "Potevano buttarci giù a Tokio".

Il Negro, senza convinzione, annuì con la testa e guardò altrove.

June rimase in silenzio ancora un po'.

"Che dici, ti pare?" riprovò.

Isaiah scosse ancora la testa. "A me non interessa" disse. "Che mi buttino giù dove vogliono."

Il discorso era finito lì. Il Negro si distrasse di nuovo, tirò fuori dal taschino una sigaretta e la accese. Le mani non gli tremavano, a lui. Tutto intero, sembrava un pezzo di ghiaccio nero, un mostro fumante privo di sentimenti.

Che mi buttino giù dove vogliono. Come si fa ad andare così incontro al proprio destino senza neppure desiderare di averlo in mano? Cos'era quella indolenza in un uomo di quella misura?

June lo scrutava, lo fissava senza rendersene conto. C'era ancora quel filo invisibile che li legava. All'improvviso June si trovò addosso i denti bianchi di Isaiah che ridevano.

"Hai un piede che trema" disse il Negro.

June spostò leggermente lo sguardo dal pavimento al cuoio dello stivale. Era da quando erano saliti sull'aereo che uno strano tendine faceva vibrare nervosamente il piede sinistro. Si provò a fermarlo, poi stese le gambe.

Il Negro gli disse a mezza voce: "Coraggio, ragazzo, siamo arrivati" e si passò la mano sul naso piatto e sugli occhi e sbadigliò stirandosi. Qualche crac rispose qua e là lungo la schiena, le spalle e le gambe. Si scrocchiò le dita.

Il sergente girò le spalle alla cabina di guida: "Coraggio, ragazzi, è ora!"

Gorboduc posò l'elmetto sotto la panca e il Negro gliene ficcò in testa un altro. Gorboduc disse grazie con le ultime energie. Tutti si erano alzati infilando nelle tasche e negli zaini quello che avevano in mano, coltellini, rosari, bibbie, lettere, fogli di carta, amuleti.

Il sergente gridava gli ultimi ordini e le ultime raccomandazioni. Liberarsi del paracadute. Seppellirlo. Punti di ritrovo. Cicalini. Ricordate, due clic, un clic.

"Vanderbilt, sei ridotto a uno straccio. Se vuoi puoi restare su" strillò il sergente mentre si apriva il portellone. Gorboduc fece segno con un gesto che andava, che andava anche lui. Il sergente chiese con un gesto se era sicuro. Gorboduc scosse leggermente la testa su e giù. O.K. fece segno il sergente. Con un gesto del capo il sergente fece segno a Isaiah di dargli un'occhiata. O.K. fece segno Isaiah, e si mise dietro Gorboduc per gettarsi vicino a lui.

i ganci furono fissati alla corda d'acciaio, il sergente li controllava tutti. Dal portellone aperto soffiava un vento freddo. Sotto non c'era che buio.

"C'è parecchio vento, ragazzi. Buona fortuna!"

I ragazzi si scambiarono strette di mano e botte sulla schiena. Si dissero qualche frase augurale.

Poi, uno dopo l'altro, giù.

Nel buio.

 

 June rimase qualche secondo a guardare affascinato i grandi fazzoletti bianchi che scendevano lentamente. Il ronzio degli aerei che si allontanavano svaniva lentamente sopra la sua testa. Sotto il silenzio e, fra poco, la guerra, la guerra vera che avevano atteso per mesi con ansia, con desiderio, con l'apprensione con cui si attende una donna, mentre si allenavano nei campi di addestramento in Inghilterra. Finalmente era l'ora di sperimentare la gioia e l'angoscia che si fondono insieme nel momento in cui giunge ciò che si è atteso.

Dopo l'emozione dello strappo il cuore di June riprendeva a battere regolarmente scosso solo dal nervosismo che cresceva a mano a mano che si avvicinava la terra. Era il momento peggiore quello, in cui non c'era niente da fare. Se ti sparavano addosso tu restavi là senza potere fare nulla, crocifisso alle cinghie del tuo paracadute, magari morto, magari sanguinante. La morte poteva prenderti ora e bruciarti.

June guardò intorno, e fu un attimo di orgoglio, un fremito quasi di commozione nel vedere il cielo buio diventare bianco, macchiarsi di bianco qua e là in lunghe colonne trasversali che si allontanavano. Un attimo di orgoglio. Siamo Americani e siamo Inglesi e Canadesi e Polacchi e Francesi che tornano a casa, una moltitudine, una massa inarrestabile, noi e gli altri ragazzi sull'altro fianco e le migliaia di navi che colmano il mare e milioni di uomini di qua e di là della Manica e dell'Oceano. Un attimo di orgoglio.

Un'altra raffica di vento e il paracadute strappò di lato. Volare quasi orizzontali per qualche istante, poi la quiete e il tonfo sulla terra, sulla terra che si era avvicinata all'improvviso, che improvvisamente era stata più vicina di quanto sembrasse e poi dura sotto i piedi e la schiena.

June cadde male ma non si fece niente.

Rapidamente, come gli avevano insegnato, si liberò del paracadute, lo nascose sotto un cespuglio vicino, imbracciò il mitra e all'ombra dello stesso cespuglio ristette qualche secondo in attesa.

Ma dov'erano gli altri? Quel mucchio di gente appesa ai fazzoletti bianchi, dove diavolo era finita?

June tese l'orecchio, attento al minimo rumore, poi fece scivolare la mano nella tasca in cerca del cicalino che ciascuno aveva per farsi riconoscere nel buio. Due clic-clac per comunicare, uno per rispondere.

Schiacciò il pulsantino di latta. Clic-clac, clic-clac. Silenzio. Ancora una volta. Clic-clac, clic-clac.

Il buio e il silenzio avvolgevano la campagna scacchierata dalle siepi e dai filari degli alberi e a June sembrò di essere solo, abbandonato in un paesaggio irreale, sconosciuto, enorme. E lo stupore fu presto sopraffatto dalla paura e il cuore cominciò a battere più forte. Deglutì e schiacciò di nuovo il cicalino. La risposta di una cicala lo fece sussultare. Era solo una cicala che ora continuava a frinire per suo conto nella notte che si era avvolta intorno alle spalle di June.

Gli arbusti erano ombre incerte, spaventapasseri spogli a guardia di nulla. Un prato davanti agli occhi, un altro filare di cespugli alle spalle e qua e là rumori secchi come biscotti spezzavano il mutismo di quella natura imprigionata in quadrati e indocile, fremente come se essa stessa dovesse in quella notte essere liberata.

Lentamente gli occhi si abituavano all'oscurità che fugaci raggi di luna schiaravano proiettando ombre sui campi e sugli alberi. A ogni flash di luna l'ambiente si animava come un teatro di grandi marionette. C'era di che avere paura. Soldati neri erano gli alberi, passi guardinghi gli schiocchi dei legni e gli struscii delle foglie, la luna la peggiore alleata, e qualche metro più in là stagnava una nebbiolina sottile, pallida, spettrale, dalla quale si alzavano braccia grigie, scheletriche, che agitavano pendagli fruscianti.

June non sapeva più da che parte guardarsi dai nemici che sentiva di avere davanti e dietro nascosti fra i cespugli. Li sentiva strisciare nell'erba umida e balzare fra un tronco e l'altro e gli venne meno anche il coraggio di schiacciare il cicalino. Tutto era infido, tutto ostile e nulla era rimasto di quelle migliaia di ragazzi gettati giù dagli aerei. Nessuna fucilata. Tutti erano stati inghiottiti. Il terrore lo opprimeva schiacciandolo al suolo, incapace di alzare lo sguardo per la paura di trovarsi di fronte un fucile o una improvvisa apparizione, un mostro o qualcosa che sorgesse dalla terra come un gelatinoso paracadute che lo avvolgesse e lo sciogliesse. Era dunque quella la Normandia? Era dunque quella la guerra? Questa era una paura da rito di iniziazione, una visita notturna a un cimitero, una notte da solo nel bosco. O uno scherzo di compleanno, e fra poco qualcuno avrebbe acceso una luce e gridato "Tanti auguri!" e tutto finiva. Oppure sarebbe stato sufficiente avere lì vicino un compagno, uno qualunque fra i tanti ragazzi che ridevano e bestemmiavano nei campi di addestramento, uno qualsiasi scelto a caso fra un milione, anche uno dei più pavidi, ma un uomo, un riferimento reale che lo togliesse dal dubbio di avere cambiato dimensione, di esser caduto in un altro mondo popolato da spettri di paure infantili, di angosce inevitabili e solitarie, di emersioni del subcosciente. Un altro uomo, con un subcosciente diverso dal suo, lo poteva strappare a quel profondo terrore, un uomo che si poteva toccare, che con dubbi diversi dai suoi avrebbe potuto scuotere quell'immobilità. Oppure solo un bambino, solo un vivente, il suo cane pastore o il gatto che la madre adagiava sui cuscini del divano quando dormiva o le placide mucche della sua stalla, il suo mondo conosciuto, la sua sicurezza contro il grido ancestrale degli uccelli della notte e i loro silenzi improvvisi, inquieti, il metronomo del terrore, l'acuta voce della morte.

Era meglio morire senza dovere prima avere paura, senza vedere. Trovare una buca profonda dove nascondersi fino a che non facesse chiaro. Con la luce la paura svanisce e la si riconosce stupida, impossibile, frutto evanescente di una situazione irripetibile. E forse si aveva bevuto troppo.

All'improvviso June sentì dei passi chiari che si strascicavano sull'erba alle sue spalle. Sentì il fruscio dell'erba sormontare ogni altro rumore, e questa volta non c'era dubbio. Qualcuno camminava dietro di lui.

Ma June non trovò il coraggio di girarsi e, balzato in piedi, si mise a corrre come un pazzo attraverso il prato aspettandosi nella schiena una sventagliata di mitra o una mano ossuta che lo ghermisse sghignazzando. Unica meta davanti a lui un basso muretto di sassi che corniciava due lati del prato.

Correva come un pazzo, zigzagando per schivare pallottole che non arrivavano.

Ansante e goffo, con qualche decina di chili sulle spalle, saltò il muretto e sprofondò per metà nel fango. Di là del muro si estendeva una vasta palude sforacchiata da alberi ricurvi dalle cui braccia pendeva quella strana nebbia, ma la vista della palude fu un istante. June si dibatteva nel fango, incapace di sollevare il peso dello zaino che lo trascinava verso il fondo. La bocca gli scivolò per qualche istante denro la melma e una frustata dei muscoli del collo la fece riemergere piena di fango.

Ritrovato per caso un bagliore di lucidità, o forse fu un'istintiva manovra, le mani andarono a sfilare le cinghie dello zaino e lentamente il macigno si svelse dalle sue spalle e si lasciò inghiottire dalle acque grigie. June si disincagliò in fretta dalla brutta posizione perché non aveva dimenticato che qualcuno lo inseguiva, sputò fango dalla bocca e, tossendo e sputando, riprese a correre ancora per qualche metro lungo una sottile lingua di terra oltre il muretto, fino a quando un piede in fallo o la fine dello stretto sentiero lo sprofondarono di nuovo in una buca nell'acqua e scomparve nell'inchiostro.

I suoi polsi sciacquarono fuori dall'acqua, e da lì lo afferrarono due grosse mani e June si sentì sollevare, estrarre a forza dalla prigione di fango e gettare sulla superficia dura di erba. Un grido di terrore, di angoscia, un sincero grido di orrore scaturì dal profondo del suo esofago e si mischiò in un gorgoglio vorticoso all'acqua e all'argilla che gli riempivano la bocca e June si sentì davvero morire, soffocare, quando una mano gli tagliò definitivamente il respiro e il Negro sorse dalle tenebre, accovacciato sopra di lui, brutto come un'anima dannata.

"Diavolo, pivello, vuoi tirarci addosso tutti i tedeschi della zona? Stai un po' zitto, per il demonio!" Questo Isaiah lo disse sottovoce ringhiando, e June non capì niente e continuò a tossire e a sputare e a gemere di un terribile dolore che aveva addosso dentro e fuori.

"Taci, Yankee, o ti risbatto nella palude!"

Con uno strattone il Negro lo mise a sedere. "Falla finita! Sta' zitto June Mellow!"

Era lui, grazie a Dio. Era lui, grazie a Dio. Ora andava meglio.

June si riprese poco alla volta facendo segno a Isaiah di dargli un attimo di tempo per respirare e rigettare giù il cuore che aveva sotto i denti.

"Cavoli, Isaiah - disse fra colpi di tosse - Pensavo che sarei rimasto sotto".

"Dov'e' finito il tuo zaino?" riprese il Negro.

"Cosa?"

"Dove è finito il tuo zaino?"

"Non so, mi pare in acqua".

"Te lo sei sfilato?"

"Sì, nella palude"

"Ma che bravo soldatino" disse inespressivamente Isaiah che sembrava molto abbattuto all'idea.

"Sono bagnato fradicio"

"Hm..."

"Fa freddo"

Isaiah si guardava intorno. Tirò fuori dalla tasca una cartina e se la rigirò fra le mani, poi gettò un'occhiata al cielo che in qualche punto aveva ritrovato le stelle.

June, inascoltato, restò a guardarlo.

"Ho una bussola, se ti serve" propose poi.

Il Negro gli allungò la faccia bianca di una manaccia.

Accucciato sulla punta dei piedi prese la bussola che la pesante giubba aveva un poco protetto dall'acqua e la appoggiò sopra la cartina.

"Tutto O.K., Isaiah?" chiese dopo un po' June.

" Siamo vivi. Questo è tutto."

"Cosa vuol dire?"

"Che poteva andarci molto peggio. I tedeschi hanno allagato i campi, ci sono diverse paludi più a ovest. Credo che parecchi ci siano finiti dentro e non tutti saranno stati fortunati come te".

"Ma il posto è quello giusto?

"Non lo so, non riesco a orientarmi"

"Dove sono gli altri?"

"Gorboduc è appoggiato a un albero cento metri più indietro. Non ce la faceva a starti dietro mentre correvi come una lepre. Sta mangiando qualcosa per riprendersi. Chissà che non ricominci a vomitare."

L'accenno alla lepre provocò in June un'ondata di vergogna che sotto forma di brivido risalì la spina dorsale e si fermò alla base del cranio. Era fuggito senza vedere neanche un nemico, fuggito per la semplice paura della paura.

Con uno sforzo cacciò il pensiero dalla mente e si rivolse di nuovo a Isaiah. Cominciava ad avere molto freddo.

"E il sergente, i ragazzi?"

"A spasso per la Normandia. O in fondo alla palude."

"Eravate voi quelli che ho sentito prima".

"Pare."

"Pensavo che foste tedeschi"

"Già".

"Mi dispiace, Isaiah."

"Di che?"

"Di avere avuto paura."

"Potevi lasciarci la pelle".

"Non so cosa mi ha preso".

"Non pensarci. Roba che succede".

"Senti, tu non dirai niente a nessuno..."

"Di che?"

"Di quello che mi è successo"

"Senti, June, qui abbiamo altro da pensare che ai tuoi problemi di immagine. Lascia perdere. Non è successo niente, O.K.? Tranne la perdita dello zaino, naturalmente"

"Non so cosa mi è successo...E' stato più forte di me..."

"O.K., O.K., piantala. Va tutto bene"

"Isaiah"

"Che c'è?"

"Ho freddo. Sono tutto bagnato"

"Vienimi dietro. C'è Emerit nel prato. Deve essersi rotto la schiena contro il muretto."

"Morto?"

"Secco come un blocco di ghiaccio. Puoi metterti la sua divisa. E' asciutta."

June trotterellò dietro al Negro che si era avviato. Tremava per il freddo. Che schifo indossare i vestiti di un morto. La guerra abbruttisce. Ma dov'è la guerra?

Fra i cespugli e l'erba tornavano a frinire le cicale in una notte di giugno che tornava a nascondere le stelle.

"Hey, June, cosa avevi dentro il sacco?" attaccò il Negro mentre l'altro si spogliava.

June tolse degli oggetti dalle tasche della giubba infradiciata che aveva gettato per terra e li infilò nelle tasche dei pantaloni, poi li tolse dalle tasche dei pantaloni bagnati e li mise per terra e si levò i pantaloni.

"Juuuuuune" ringhiò sottovoce il Negro.

June si tastò le mutande per sentire se erano bagnate, si tolse le calze e le gettò per terra, sfilò le scarpe al morto e gli tolse i pantaloni, poi, con la calma e lo scrupolo di un ricompositore di salme, infilò i suoi pantaloni e i suoi stivali al cadavere e indossò i pantaloni sulle mutande bagnate e gli scarponi sui piedi nudi.

Il Negro si sedette accanto a Gorboduc: "Come va?"

Gorboduc scrollò la testa: "Ho vomitato tutto quello che avevo. Mi sento uno straccio." E inghiottì un quadretto di cioccolato.

"Ce la fai a camminare?"

"Sì. Credo di sì."

June terminò la sua opera di vestizione allacciandosi l'elmetto, poi aprì lo zaino di Emerit, vi guardò dentro e lo indossò stando a terra. Chino sul collo del morto, gli tolse la piastrina e se la mise in tasca. La giacca era almeno una misura più grande della sua e i pantaloni stavano rimborsati sopra gli stivali, ma la misura degli stivali era giusta. Finalmente June si rizzò in piedi, accomodò lo zaino e diede retta al Negro.

"June, cosa avevi nel sacco?"

"Quale sacco?"

"Lo zaino che hai lasciato nella palude"

"Ah, lo zaino"

"Già, lo zaino"

"Una cartina della Francia, un paio di foto, le razioni alimentari..."

"Non mi interessa. Nessun armamento speciale?"

"No."

"Sicuro?"

"Sicuro."

"Va bene, allora non ci prenderemo la briga di recuperarlo"

June fece spallucce. Pazienza per le foto. Aveva ricuperato la baldanza. La presenza vicina e rassicurante dei due camerati lo rendeva più ottimista, meno disposto a lasciarsi andare ad eccessi di terrore o a lasciarsi suggestionare dal morto che stava contorto a pochi passi da lui.

In verità era ancora un po' rimbambito, non si rendeva ancora bene conto di cosa era lì per fare nè di dove fosse nè di quanto era andato vicino a morire. Tutto pareva avvolto in una nebbia ovattata, i rumori e le parole gli arrivavano alle orecchie sotto forma di ronzio. Strane idee gli giravano per la testa, qualcosa che aveva a che fare con le campane della chiesa del suo paese e con i balli dei vecchi in piazza nel Giorno dell'Indipendenza. Vide che era buio e che era ora di andare a dormire. Perché erano ancora in piedi a quelle ore? Non aveva sonno, era eccitato per qualche motivo. Quel paesaggio era strano, non erano i boschi intorno a casa sua. Cosa succedeva?

Il Negro tirò fuori una cartina dalla tasca, la studiò attentamente per qualche minuto, poi la ripiegò con cura, la mise via e disse: "O.K., ragazzi. Andiamo." E si mise in cammino.

"Hey, Isaiah, calma" intervenne Gorboduc "Dove andiamo se non sappiamo dove siamo?"

June si sentì d'accordo con l'affermazione. Dove cavolo erano? Forse stava solo sognando, ma aveva proprio l'impressione di essere già in Francia. Li avevano già buttati giù? Era un'esercitazione o erano proprio lì?

"Andiamo a fare saltare il bunker che ci spetta" tagliò corto il negro. "Schizzate in piedi e muovetevi."

"Ma cavolo, Isaiah, hai un'idea di dove siamo?"

"Non me la farò mai finchè restiamo qui. Se vedo la zona intorno forse qualcosa riesco a capire. Adesso muovetevi. Abbiamo perso troppo tempo."

I due, quasi trascinati da una corda invisibile, si misero imbambolati e barcollanti uno sulla scia dell'altro dietro al Negro e camminarono in silenzio per qualche minuto.

June cominciava a riprendersi dallo stordimento ed era ormai piuttosto sicuro di essere in Francia e di essere in guerra. Strano che ci fosse tutto quel silenzio. Gorboduc si trascinava con fatica. Diceva che l'aria fresca gli faceva bene, che cominciava a stare meglio.

"Senti, Isaiah" provò a dire.

"E parlate piano, per il demonio, non siamo in un giardino inglese!"

Gorboduc abbassò la voce: "Senti Isaiah, dove stiamo andando?"

"Non fare domande idiote, Vanderbilt. Andiamo dove dobbiamo andare."

"Non vorrai fare saltare quel bunker?"

"Siamo qui per quello, no?"

"Eravamo qui per questo, vero. Ma eravamo in venti per farlo. Adesso che tutti gli altri sono a picco nella palude o infilzati in qualche albero, non penserai che lo possiamo fare in tre non sapendo neanche dove siamo?"

June ammirò Gorboduc, che sembrava in quel momento avere le idee così chiare. Lui non è che ci capisse granchè. Faceva ancora un po' di fatica a connettere.

"Ci siamo allenati per mesi" rispose il Negro "per prendere quel bunker, e lo prenderemo quel pezzo di cemento, in tre, in due o anche io da solo, anche se fossimo ricaduti di là della Manica"

"Ah, beh, allora è meglio da solo" scherzò Gorboduc. "No, senti, Isaiah, non dirai sul serio?"

"Naturale"

"Beh, io non ne voglio sapere. Non è colpa mia se gli altri sono finiti nella palude, e in tre non si può prendere un bunker. Abbiamo provato e riprovato a prenderlo, là in Inghilterra. Quando ci è andata bene lo abbiamo preso in quattordici perdendone sei. Adesso al massimo possiamo prendere una cabina telefonica."

Il Negro non rispose e continuò a marciare.

"Senti, Isaiah, non andiamo a cercare guai. Cerchiamo di ricongiungerci con i nostri, allora ci daranno degli ordini e noi li eseguiremo, ti pare?" riprese Gorboduc.

"Abbiamo già i nostri ordini e le istruzioni necessarie, Vanderbilt. Tutto quello che dobbiamo fare è levare di mezzo quel bunker e poi levarci di mezzo noi. Tutto qui."

"Ah, sì, tutto qui. Ti pare una cosa da niente, vero? Senti, Isaiah, a me non interessano le medaglie e gli encomi. Voglio solo venirne fuori il più in fretta possibile facendo il mio dovere, ma quello e niente di più. Il mio dovere era prendere un bunker in venti e lo avrei fatto anche se fossimo stati in diciotto o in quattordici, ma in tre no. E' una follia. Vuol dire farsi ammazzare per niente".

"Parla piano, Vanderbilt" sbuffò il Negro.

"Dove siamo?" intervenne June per spezzare la contesa.

"Non ne ho idea - rispose il Negro - Se siamo caduti di là della ferrovia dovremmo andare a est o a sud-est, dipende. Se siamo caduti vicino a Carentan dobbiamo andare verso nord o da quelle parti, ma se siamo caduti verso gli Inglesi dobbiamo andare a ovest".

"Cavoli, Isaiah - reagì June - Sei un grande cartografo!"

"Da che parte tirava il vento, June?"

"Non saprei, non ci ho fatto caso."

"Beh, io sì. So dove siamo, più o meno. Vi ci porterò a quel bunker, dovessi scarpinare per tutta la Francia."

"E' una questione di principio" aggiunse Gorboduc imitandolo nella voce.

Il Negro grugnì.

"Da che parte si va?" chiese June.

"A nord-est, se non altro arriveremo di sicuro al mare. Marciamo verso i nostri, contento Vanderbilt?"

"Spero che ci trovino loro, a dir la verità. Vivi, spero."

"Ti dice niente la palude?" chiese June.

"Ci sono paludi da tutte le parti, qui. Dovremmo girarci intorno per vedere quanto è grande, ma ci perderemmo troppo tempo, senza contare che potremmo finirci dentro.

"Cervello fino" disse Gorboduc.

"Che ora è?"

"L'una e un quarto."

"Abbiamo due ore per far saltare il bunker. Poi arriveranno gli alianti"

"Finiranno nella palude anche loro" disse Gorboduc.

A quel punto il Negro saltò su come un vulcano e prese Gorboduc per la giacca. June fece un salto indietro per lo spavento e a Gorboduc si raggelò il sogghigno.

"Ci sono dei ragazzi là dentro, Vanderbilt, non carne da macello! Se quel bunker non viene tolto di mezzo quelli finiscono male! Il loro punto di atterraggio è il prato di fronte a quel bunker. Bisogna levarlo di mezzo. Questa non è una vacanza e non l'ho decisa io questa missione e neanche questa guerra!"

"Non ci sono venuto di mia volontà in questa guerra, Isaiah" disse Gorboduc deglutendo.

"Però ci sei, per l'inferno, non so come nè perché, ma ci sei! Quei ragazzi finiranno nel prato, non nella palude. un aliante non è un paracadute e verranno giù convinti di trovare via libera. Se noi non arriviamo là prima di loro, i nazi li faranno a pezzi.

Isaiah lasciò la giacca di Gorboduc, che ritrovò coraggio: "Non so se finiranno nel prato. Anche noi dovevamo venire giù vicino al bunker e siamo finiti in una palude. Sei così sicuro che i nostri capi siano proprio così infallibili? E chi dice che le cartine che ci hanno dato siano corrette? E comunque quel bunker non lo prenderemo mai in tre, anzi non lo prenderete in due perché io non ne voglio sapere".

Il Negro lo prese per le cinghie dello zaino e lo alzò di due centimetri: "Se non la finisci ti spacco la testa su un albero! Sono stufo di te! Se non attacchi quel bunker e non fai quello che ti dico ti faccio finire davanti alla corte marziale!"

"Non essere ridicolo!" rispose Gorboduc ormai fuori di sé. "Tu non hai un grado più alto del mio, non puoi darmi ordini e sei un negro. Credi che daranno bado a te piuttosto che a me? Ammesso che salvi la pelle..."

Isaiah alzò una delle sue manone.

June non trovò di meglio che gridare: "Zitti! Rumori!"

I due si fermarono.

"Che c'è?"

"Mi è parso di sentire un rumore."

"Dove?"

"Laggiù" indicò June a caso.

I tre rimasero in ascolto, anche June. E' vero che i rumori li ho inventati io, pensava, ma non si sa mai. Isaiah allargò anche le narici. Nessun rumore, se si eccentuavano le cicale.

"Non sento niente" disse Gorboduc.

"Mi era sembrato"

"O.K., basta così. Andiamo" concluse il Negro.

Questa volta Gorboduc non protestò e i tre si rimisero in cammino, Isaiah davanti, Gorboduc in mezzo e June ultimo a misurare il tempo alle cicale.

Da dietro, spostandosi un po', June poteva vedere di tre quarti la faccia del Negro. Un piccolo raggio di luna rimbalzava sulla pelle sudata dello zigomo e la imbiancava, poi saliva sull'elmetto e lì si confondeva sulle foglie della mimetica. La cinghia dell'elmetto sbatteva ritmicamente sulla faccia. Era un vezzo comune quello di portare l'elmetto slacciato anche se era un po' pericoloso. Isaiah avanzava lentamente, tutto teso. Le sue mani gigantesche stringevano lo sten come un giocattolo da bambini. Faceva una strana impressione, dava un senso di sicurezza, di protezione.

A quel punto Isaiah si fermò con un dito in alto, poi fece segno davanti a sé e di stare zitti. Rumori di armi da fuoco. Da qualche parte la guerra era cominciata.

Isaiah fece un cenno di soddisfazione con il mento, poi indicò ancora davanti a sé col dito e si rimise in moto.

Gorboduc scosse la testa e guardò June come se dicesse "Andiamo anche noi a morire con lui". Si battè l'indice sulla tempia, fece spallucce, sospirò e si mosse dietro al Negro mormorando: "E' matto, ma comincia a essermi simpatico. Che brutta testaccia da negro."

June era un po' sconcertato. Si mosse senza aprire bocca. Va bene, andiamo a questa Gerusalemme e facciamola finita.

 

"Maledizione alle piante di Francia!" esordì Gorboduc di lì a pochi passi.

"Zitto, Gorboduc, per il demonio! Sta' un po' zitto!"

"Sono inciampato! Che colpa ne ho! Finiscila di prendertela con me, fatti gli affari tuoi!"

"Io non me la prendo con te, ma sta' zitto, non mi piace questo posto"

"Neanche a me, se è per quello, spero solo che siamo cento miglia distanti da quel maledetto bunker."

Quei due non facevano che beccarsi continuamente. June si preparò a ripetere il trucco di prima, ma questa volta non ce ne fu bisogno. Un rumore si avvicinò sul serio, veloce.

June e Gorboduc si incantarono ad ascoltare.

"Giù, giù maledizione. Giù la testa" strillò il Negro buttandosi contemporaneamente a terra mentre i due restavano ancora interdetti, stupiti, sorpresi, finchè una sventagliata di mitra passò mezzo metro sopra le loro teste andando a frantumare rami e foglie. Mezzo secondo dopo i due erano sdraiati con le mani sulla testa accanto a Isaiah il cui sten aveva già cominciato a scaldare la notte.

"Cosa succede?" grido' June "Chi è quello?".

"Tuo nonno, Mellow! Finiscila di fare domande idiote e spara!"

June e Gorboduc cominciarono a centellinare proiettili verso il buio. Non si vedeva un accidente.

"E sparate, dannazione!"

June e Gorboduc si attaccarono ai grilletti e vuotarono i caricatori.

Un rumore di moto si allontanò rapidamente, i tre smisero di sparare e tornò il silenzio.

I tre si guardarono. June e Gorboduc erano un po' impressionati. Era la prima volta.

"O.K. ragazzi, è passata. Ma quando dico sparate vuol dire sparare, premere il grilletto fino in fondo e fare delle belle scariche. I proiettili li passa lo zio Sam."

"Chi poteva essere, Isaiah?" chiese June.

"Mah, forse un portaordini che ha preso paura delle vostre brutte facce. Comunque è meglio toglierci di qui."

"Sì, tagliamo la corda" disse Gorboduc.

"Il tuo discorso preferito, Vanderbilt" disse il Negro.

"Già, proprio così. E adesso lo preferisco ancora di più. Tagliamo la corda ragazzi, leviamoci di mezzo".

Si spostarono su una stradina stretta che costeggiava una siepe e, chini, camminarono per dieci minuti, poi Isaiah si fermò.

"Ci siamo levati di mezzo abbastanza?" Chiese Gorboduc.

"No, ma so dove siamo."

"Oh, mio Dio" disse Gorboduc e June si mise a ridere.

"Dove siamo?"

"A due passi. Il bunker è qui dietro, sotto quella collinetta"

"Là che ci aspettano, immagino" disse Gorboduc.

"Già, purtroppo. Ci hanno sentiti di sicuro."

Isaiah si sedette.

"E adesso che fai?"

"Mi siedo."

"E il bunker?"

"Non si muove, stai tranquillo"

"E che si fa qui seduti?"

"Si aspetta"

"Cosa?"

"Che non pensino più a noi"

"Quindi il bunker non lo prendiamo..."

"Lo prendiamo, lo prendiamo, ma non subito. Abbiamo ancora un'oretta. Lo prendiamo quando sentiamo venire giù gli alianti. E' l'unica possibilità che abbiamo. Voi accendete i segnalatori e io prendo il bunker mentre i tedeschi vi guardano"

"E ci sparano"

"Naturale"

"Tu sei matto, Isaiah" disse Gorboduc col solito tono ironico "Matto ma simpatico"

Isaiah lo guardò sorpreso: "Non ero uno sporco negro?"

"Certo, ma simpatico e matto"

Isaiah scosse la testa, si levò l'elmetto e si grattò. Sputò per terra: "Va' al diavolo yankee. Tu a me non sei simpatico"

"Pazienza. E June, ti è simpatico?"

"No."

"Perché?"

"Non mi è simpatico e basta."

Gorboduc alzò le braccia rassegnate guardando June che rispose con lo stesso gesto. Si accinsero ad attendere un'ora. Quel bunker lo prendevano, erano convinti anche loro, ormai.

Gorboduc si appoggiò a un albero, in piedi. Prese il pacchetto di sigarette dalla tasca, lo picchiò sul dorso della mano e ne tirò fuori una. Si guardò intorno, scovò un posto riparato e si accucciò.

"Che dici, Isaiah, che si veda una sigaretta se la accendo?" sussurrò.

"Non si vede un accidente. Copri il fiammifero quando accendi e poi tieni la schiena a quell'albero e fuma quanto ti pare. Potrebbero essere le ultime"

"Molto gentile"

Gorboduc si tolse l'elmetto e si appoggiò l'avambraccio sulla fronte sudata, si appoggiò al tronco e, facendo scudo con l'elmetto, accese un fiammifero. Aspirò la prima boccata, soffiò la nuvoletta bianca sul fiammifero, tossì e respirò. Ci fu di nuovo silenzio per lungo tempo, ciascuno a inseguire i suoi pensieri. Una cattiva cosa, pensieri di morte.

Cos'era tutto questo, pensò June, questo scherzo del destino? Salvarsi dalla palude per finire sotto i colpi di una mitragliatrice due ore dopo. Perché era certo che sarebbe morto, ora. Mentre scendeva col paracadute era sicuro che non sarebbe morto, che la morte non era per lui, lui era June Mellow, ma ora, dopo quel primo scambio di colpi...E Gorboduc che fumava così tranquillo. Chissà a cosa pensava. Si sentiva forte l'odore dell'erba sollevato dal vento. C'era silenzio. Solo le cicale avevano ritrovato il coraggio di frinire dopo quel fragore. Gli animali del bosco dovevano essere acquattati altrove, spaventati e incerti come lui. June cercò di allontanare i suoi pensieri. Dovrei pregare, si diceva, è questo che dovrei fare un'ora prima di morire. Provò a iniziare una preghiera, ma a metà si accorgeva che la sua mente divagava. Un'ora era troppo poco per ricapitolare tutto. Dicono che prima di morire in un istante si rivede la vita intera. Ma un'ora non bastava neppure per dire qualche preghiera. Il pensiero continuava a tornargli alla paura della morte. Forse non proprio della morte. Del morire. Sarà molto doloroso? Che male fa una pallottola? Quanto ci vuole a morire quando si è feriti mortalmente? Aveva letto di feriti che gemevano per ore abbandonati nella terra di nessuno prima che qualcuno andasse a prenderli o prima di morire. Questo gli faceva molta paura. Il dolore fisico. Non lo sopportava. E la paura. Non la reggeva. Isaiah e Gorboduc sembravano tranquilli. Gorboduc appoggiato all'albero sembrava un bravo ragazzo di campagna, un semplice contadino che dopo una giornata di fatica si appoggia la sera allo steccato del ranch e fuma nel silenzio della campagna una sigaretta insieme al tramonto, con il semplice ed onesto orgoglio del solido contadino americano. Aveva paura? E Isaiah? Credeva sul serio in quello che diceva? Li avrebbe davvero portati a morire addosso a quel bunker?

June sapeva che sarebbe morto, ma non si rassegnava. Ci sarà un modo di far recedere il Negro dal suo proposito. Non è un ufficiale. Non ha neppure un grado superiore al nostro. Il suo potere non è legittimato dall'alto, avrebbe detto il suo professore di diritto, ma dal basso. Non dipende dalla legge ma dal prestigio. Un negro non dovrebbe avere tutto quel prestigio. Assurdo non sapere dire di no. E' in gioco la pelle. Solo Gorboduc, con il suo caratterino, lo poteva fermare. Forse Isaiah era capace di sparargli addosso pur di portare a termine la sua missione. Era imprevedibile. Cosa interessa a lui, poi, di questa guerra. Per cosa lo fa?

Isaiah fece cenno ai due di avvicinarsi e accucciarsi accanto a lui.

"O.K. - disse - procederemo in questo modo: voi due vi portate sui punti indicati dalla mappa per accendere i segnalatori. Cercate di non farvi vedere finchè accendete, poi filate a gambe levate e toglietevi di mezzo. A quel punto, mentre loro badano a voi e agli alianti che cominceranno a scendere io gli butto un paio di bombe dentro, e che Dio ce la mandi buona. Non è un bunker molto grosso."

June deglutì, Isaiah faceva proprio sul serio. Guardò Gorboduc. Gorboduc non fece una piega.

"Chiaro?" disse il Negro.

"Chiaro" rispose chiaramente Gorboduc.

Bene, era proprio finita.

All'ora stabilita si portarono ciascuno al proprio posto. Gorboduc, allargandosi sulla sinistra, aveva scelto per sé la manovra più pericolosa. A June non restava che uscire dal bosco strisciando, piazzare i segnalatori e filare via quando si accendevano i riflettori. Nel piano che avevano imparato in Inghilterra questa operazione si sarebbe fatta dopo la cattura del bunker.

Il rumore degli aerei diede il via all'azione. June cominciò a strisciare lentamente maledicendo la luna che a tratti sbucava dalle nubi. Si sentiva maledettamente visibile, nudo in mezzo a una strada di traffico. Si aspettava il crepitio delle mitragliatrici, la polvere che gli si alzava intorno e poi un dolore indefinibile da qualche parte e una breve agonia prima di morire. Ma nessun rumore, finora. Solo il rombo dell'aereo che si allontanava. Era il primo giro. Sarebbe tornato indietro per ripassare di nuovo. Gli alianti dovevano essere stati liberati ora e in pochi minuti sarebbero scesi orientandosi sui segnalatori. Gli aerei avrebbero fatto un altro giro. Dovevano sentirsi terribilmente agitati lassù. June agì con tutta la fretta che l'agitazione lo obbligava ad avere. Si ripeteva le parole dei suoi istruttori: state calmi, agite con calma, ricordate che avete sempre più tempo di quanto pensate. Quando iniziate un'operazione portatela fino in fondo senza preoccuparvi di quello che vi succede intorno. Ci sono poche probabilità di essere colpiti se non vi muovete. Ricordate, il movimento, le luci, le ombre. Si mira a quelle, quindi muovetevi il meno possibile. Lavorate bene e con calma, non agitatevi. June si riprese un po'. Aveva lavorato per mesi in quel campo, non doveva fallire, ora. Era un lavoro da niente, lo aveva fatto mille volte, bastava non pensare che qualcuno poteva spararti addosso. June sentiva che il proiettore del bunker sarebbe stato acceso in quel momento, proprio in quel momento, proprio addosso a lui, ma, tremando senza sosta, continuava a lavorare. Strisciava lentamente nel buio. Era stato addestrato bene. Si stupiva di se stesso. Non riusciva a vedere Gorboduc di là del prato. Certamente lavorava bene anche lui. Era pronto. Scivolò via fra gli alberi e tirò un sospiro di sollievo. Non era ancora finita, ma il peggio era andato. Era ora, gli aerei si disegnavano contro il cielo, bassissimi. Un primo bagliore dell'aurora. Toccava a Gorboduc accendere per primo. Aveva il lavoro più lungo. June attendeva con il cuore in gola. Di là non accadeva niente. Gli aerei virarono e tornarono verso il punto di sgancio. Ancora più bassi. Si sentiva qualche sparo. Delle campane suonavano in lontananza. Volavano traccianti. June non sapeva cosa fare. Di là non succedeva nulla. Gli alianti si ingrandivano. Non potevano fare un altro giro. Dovevano scendere. Cosa faceva Gorboduc? Forse non aveva fatto in tempo, aveva avuto dei problemi. Non succedeva niente di là. Bisognava accendere, bisognava accendere. Non c'era scelta.

June accese e il prato si illuminò. Come un fulmine June schizzoò in mezzo alla boscaglia. Dopo pochi secondi udì una botta e due sventagliate di mitra. Era Isaiah che attaccava il bunker. June si mise a correre verso di lui. Non aveva più paura. Era eccitato, ora, doveva fare qualcosa, doveva salvare Isaiah. Corse come un pazzo inciampando sulle radici degli alberi. Alle sue spalle un gran tonfo, grida e una fiammata. June si fermò solo un istante, poi riprese a correre. Un'altra bomba esplose. Il campo era illuminato, ma, vedendolo fra le fronde degli alberi, June non capiva se era il riflettore o il bagliore dell'incendio. Non capiva che cosa avesse causato l'incendio. All'improvviso il bunker fu lì, sulla destra, a pochi passi. June si buttò dietro a un tronco e gridò "Isaiah! Isaiah!" con quanto fiato gli rimaneva. Il Negro non rispose. Lo hanno beccato, pensò. Mise fuori il naso, poi la faccia, poi uscì tutto intero brandendo lo sten e si mise a correre verso il bunker. Le fiamme dell'incendio che si infrangevano sui muri di cemento dipingevano la scena di colori apocalittici. June urlava come un pazzo. Buttò la bocca del mitra dentro la fessura del bunker e scaricò un caricatore, poi prese le bombe che aveva e le buttò tutte dentro. Se Isaiah fosse stato dentro lo avrebbe fatto a pezzi. Non ci pensò in quel momento. In quel momento era un dio vendicatore. Il bunker sopportò l'urto con dignità. Era un bunker robusto di diversi decimetri di cemento. Un bunker vuoto. Non c'era nessuno dentro. Isaiah era in mezzo al prato sinistramente illuminato. Si inchiodò bloccato dall'esplosione. Si gettò a terra, poi vide che era June. Gridò: "Non c'è nessuno lì dentro! Vieni qua, andiamo a tirare fuori quei disgraziati!"

Era l'aliante, che bruciava. Spezzato in due rantolava nel prato come un uccello dalle ali frantumate. Dagli squarci uscivano soldati barcollanti che trascinavano corpi.

"Cosa è successo?" gridava June.

Isaiah, facendo ampi gesti amichevoli correva verso il fuoco.

Adesso lo buttano giù, pensava June. Lo scambiano per un tedesco e lo buttano giù."Isaiah, fermati!"

Isaiah giunse invece illeso fino alla carlinga in fiamme e si gettò nel mucchio. June arrivò dopo un po', stremato dalla corsa. "Cosa è successo?" chiese.

"Non lo so" rispose uno "io ero dentro e adesso sono fuori. Che razza di botta."

I pochi soldati in buona salute correvano verso i bordi del campo nelle posizioni assegnate, altri allontanavano i feriti dal calore del fuoco. Un ufficiale gridava ordini a piena voce. Gli mancava un braccio e dopo poco si afflosciò come un sacco. Una altro ufficiale, piantato in mezzo al prato come sulla tolda di una nave, gridava ordini e indicava con una bacchetta in un'apoteosi di disperata efficienza. Si sparava vicino, da qualche parte. La notte prese le dimensioni di un incubo.

Dopo qualche minuto June ritrovò Isaiah, tutto fumante. Sembrava un hamburger dimenticato sulla piastra.

"Isaiah, grazie a Dio. Cosa è successo?"

"Dov'è Gorboduc?" disse quello.

"Non lo so, non l'ho più visto."

"Perché non ha acceso il segnalatore?"

"Non lo so. Io ho dovuto accenderlo, non avevo scelta."

"Maledizione. E' andato tutto storto."

"E il bunker?"

"Non c'era un cane in quel maledetto bunker, completamente vuoto."

"Ma cosa è successo? Perché l'aliante eè atterrato in questo modo?"

"E che ne so? Credo che non sia facile atterrare con un solo segnalatore in questo buco. Se trovo Gorboduc lo ammazzo."

"Ci sono stati molti morti?"

"Non lo so. E' stato un bel disastro. E' andata proprio male".

 

Gorboduc disse che il segnalatore non aveva funzionato. Aveva provato ad accenderlo in tutti i modi, ma non c'era stato verso. Stava per gridare a June di accenderlo, quando si era acceso e lui aveva creduto che fosse il riflettore del bunker e si era buttato per terra. Poi aveva sentito tutto quel frastuono al bunker e aveva pensato di andare ad aiutare Isaiah, ma poi aveva sentito l'aliante venire giù e schiantarsi a poche decine di metri da lui e poi ancora una gran botta al bunker e poi aveva visto Isaiah che correva in mezzo al prato. Era accaduto tutto in modo incomprensibile, era stato terribile.

Isaiah, seduto su un rottame, fumava. June gli si sedette accanto. "Abbiamo fatto quello che potevamo, Isaiah."

Il Negro fece cenno con la testa.

June si accese una sigaretta. Non fumava, di solito, ma ne teneva sempre un pacchetto in tasca per offrirne a qualcuno. Gli venne voglia di fumare. Rimasero in silenzio qualche minuto, poi Isaiah lo guardò negli occhi e June resse lo sguardo. Si sentiva bene, ora.

"Forse non è stata colpa nostra "disse il Negro" Abbiamo fatto quello che si poteva, forse."

"Sì - rispose June - Lo credo anch'io"

"Ma è stato molto brutto"

"Già, molto brutto"

"Le cose succedono e tu non puoi fare niente. Bunker che dovrebbero essere pieni di tedeschi sono vuoti, segnalatori che dovrebbero funzionare perfettamente non funzionano, alianti che dovrebbero atterrare come uccelli si sfasciano. E noi, che facciamo?"

June tacque per un po', ma non seppe trattenere il dubbio che aveva dentro: "Ma, secondo te, il lampeggiatore di Gorboduc era rotto sul serio, o..."

Isaiah fece cenno con la mano di tacere: "Era rotto, facciamo conto che fosse rotto. Non ci voglio pensare."

"Se avesse funzionato - replicò June - l'aliante sarebbe atterrato bene?"

"Non lo so. Non so niente. E' andato tutto storto. Non voglio più pensarci"

E tornò nel suo mutismo. June rimase lì per qualche minuto, poi si alzò e andò a vedere l'improvvisata infermeria. Da un soldato si fece passare le piastrine dei morti. Era affascinato dai nomi, quei nomi che non avrebbero più risposto: John J. Whitaker, Bruce P. Dale, Joel A. Steward, Robert M. Dickinson. Gli venne in mente che fra quei nomi avrebbe dovuto esserci anche il suo. Era così convinto che sarebbe morto, solo pochi minuti prima. Lui invece era vivo, erano loro che erano morti per uno strano scherzo, senza sparare un colpo, senza rendersi conto di cosa era successo.

Più in là, oltre il bosco, c'era rumore di fucili e di artiglieria leggera. I soldati si allontanavano in fretta lasciando indietro i feriti e gli infermieri. Il fuoco cominciava ad estinguersi.

Strano che un aliante bruci, pensò June. Non c'è benzina.

 

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