| Ancora
assonnato, satollo (di emozioni oltre che di pasticcio) ed ebbro (di alcol
e non solo), tento la cronaca della giornata di ieri.
(...)
Ghirlandino mi ha raggiunto per le quattro. Abbiamo provato per un pochino
e poi ci siamo diretti a teatro, in amena località Pedemonte, tappa
privilegiata di etiliche magnalonghe. Arriviamo che stanno montando i
cavi per gli strumenti. Il
mio Maestro è di nero vestito. Anch’io tendo allo scuro con
il mio completo, ma spezzo con una camicia azzurra. Capiamo dove metterci,
ripensiamo alla scaletta, dobbiamo provare un paio di cose ed è
a quel punto che il Maestro se ne esce con “Poi quando canterete...”
Canteremo? “Sì, beh, altrimenti la gente non capisce da dove
sbucate fuori” (io lì per lì penso che forse, il fatto
che leggo dei brani e che presento il libro un po’ dovrebbe aiutare
gli spettatori a definire il mio ruolo, ma taccio). Ok, cantiamo. Quindi
necessita sosta ad un bar. Andiamo a quello dell’oratorio (squallidissimo,
con un vino dove temo ci abbiano risciacquato delle bestie morte di morte
violenta e umiliante). Becchiamo una specie di pub e ci rifocilliamo (ma
non posso dire il numero di soavi bevuti. Dico solo che al nostro ritorno,
quando abbiamo iniziato a cantare, il mio Maestro ha sbottato “Ma
quanto vino avete bevuto?”).
Si prova. Si conoscono i musicisti (gente perbene). Arriva Shalom, bella
e angelicata, l’editrice della casa Spirito della Terra.
Poi arrivano moglie e figlie del mio Maestro e si aspettano gli spettatori.
Noi avevamo Giulia, Valeria (Titti) e Gabri (sociologo del gruppo). Purtroppo
mancavano sia Paola (impegnata in un’animazione serale per i figli
di ricchi assicuratori) che Orangecat (impegnato a prendere il mio futuro
inquilino RawEggs).
Scopro che l’assessora di Pedemonte (organizzatrice dell’evento),
è una maestra per la quale ho lavorato anni fa.
(...)
Quando
arriviamo alla ventina di astanti si parte e la serata scoppietta. Io
mi occupo della parte più seria. Il mio Maestro si svela mattatore
e cabarettista. Ci alterniamo tra letture, musiche, un duetto tra me (voce)
e il mio Maestro (piano) che in parte, simbolicamente, mi commuove; poi
canzoni, gag, il pezzo forte diventa la scena con song, coretto, lettura
intrecciata mia e del mio amato Ghirlandino (camicia nera, posa da esperto
chanconnien – chissà come si scrive sta parola- ispirato
e languido, innocente ma non innocuo, a incarnare
il giovane protagonista), la band tutta.
Il sassofonista è simpatico. Prima di ogni brano, chiede a me cosa
deve suonare. Poi suona meravigliosamente. Solo in nottata scopro che
lui non aveva mai provato una volta. Siamo così, noi artisti jazz.
Poi
il mio Maestro chiama i suoi amici di infanzia sul palco e li coinvolge
a cantare. Parla Shalom, l’editrice,
rivelando che le prossime pubblicazioni saranno saggi del povero pears
(che come ben sapete sono un consumato saggista...).
Gran finale con coro gospel (gli Animula sempre del mio Maestro) con il
Leopardi che canta e impazza scatenato. Applausi ed emozioni pure. Una
festa tra gente perbene.
Si va a mangiare in taverna, si conoscono personaggi folkloristici e affascinanti.
Si scade nelle barzellette più triviali e si ride, si beve, per
un attimo ci si sente famiglia. Siamo fatti così noi artisti jazz.
Si pensa al tour. Si pensa che serate come queste rendono tutto più
semplice. Penso che se non fosse per tutto quello che faccio io in un
coro gospel ci andrei a cantare. Penso che questa è la perfezione
e manca appena di un grado. Penso che questo non è un sogno. Penso
che il mio Maestro mi salvò la vita in passato ed è giusto
che ora io celebri la sua arte. Penso che ieri sera io e il mio Maestro
ci siamo detti poco niente. Non è tipo da smancerie lui. Uomo burbero,
alla fine. Un eremita. Penso però che ci siamo detti molto. Ci
siamo dati molto.
Così ci si ama tra gente perbene. Così ci si ama tra noi
artisti jazz.
Oh yes.
Ghirlandino
Cose come
quelle, cose come queste, cose come il jazz, cose come la notte e le barzellette;
cose vere. smette un brano, ne va un altro. E se è improvvisato,
allora è perfetto meno un grado. Così si guarda nel fiume
per (cercar di) capire, una vita che tanto non è che un insieme
di accordi, è un orchestra, che improvvisa, che suona bene, che
suona o che semplicemente va d'accordo senza nemmeno parlarsi. Artisti
jazz? Ne siamo pieni. Eli amiamo tutti.
Commento
alla serata dell'editrice - Shalom Gargioni
Penso
che la serata del 13 aprile 2008 sia stata un’altra serata che mi
rimarrà incisa nel cuore. La prima presentazione fu uno dei giorni
più belli della mia vita, un inizio che non credevo potesse esistere.
E sabato mi sono sentita un po’ cresciuta rispetto all’inizio.
Due grandi artisti sul palco, doti fantastiche. Ho da gestire due artisti
dal valore inestimabile. Come potrò mai essere
all’altezza?
Il mio Maestro si è affidato a me per lanciare la parte migliore
di sé. Oddio. È un’emozione che non si può
descrivere. È preoccupazione, gioia, tenerezza (...).
Lo osservo mentre si muove sul palco, mentre suona con quella faccia preoccupata
che lo rende buffo, è bravo, solo non ci crede, perché lui
è scrittore. Lui è scrittore, nient’altro. Chi l’avrebbe
mai detto…
E
mirco? L’ho conosciuto una sera. L’ho studiato. Mi piaceva.
Dopo sabato?
Un altro
Artista (...) Due ARTISTI tra le mani? Mi sento un po’ Pippo Baudo:
li ho scoperti io!!! Applauso. Bisogna far conoscere al mondo questi splendidi
artisti, affinché il mondo possa colorarsi di vero, genuino, unico
talento. Talento o genio? Lo scopriremo.
Le emozioni della serata mi ripagano di tutto. Senza parole, orgogliosa,
occhi lucidi. Meraviglia. Questa è arte. Meraviglia. Stretta al
cuore. Senza parole. Non si può descrivere uno spettacolo del genere.
Bisogna viverlo. Incantevole. Mi sono seduta nelle ultime file per isolarmi
nelle mie emozioni, per non essere disturbata da nessuno. Li osservo.
È un sogno, credo, non posso essere partecipe di un così
elevato livello d’arte. È troppo per me.
Altre
foto della serata
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